Da starbucks vendono il gelato?

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“Hornby mi piace perché è uno di quegli scrittori vicini alla gente normale. Sembra sempre che parli a te. E’ uno che ha la capacità di sparare nel mucchio e insieme colpire bersagli precisi, dunque di passarti emozioni precise.. La sua bravura è che è uno scrittore profondo e ironico…” questa è probabilmente la recensione meno adulatoria che sono riuscita a trovare su internet riguardante  questo presunto guru della letteratura inglese contemporanea. Non metto in dubbio la sua “brillantaggine” e l’autenticità del suo essere portavoce di una intera generazione; non credo che il mondo sia colmo di automi privi di potere decisionale, selezionatori di letture in base al numero di copie vendute, ma qui non può che fuoriuscire la mia natura di pecora nera e di voce fuori dal coro, perché a me questo “Non buttiamoci giù” proprio non è piaciuto. L’idea di base poteva anche essere carina: quattro disperati si ritrovano casualmente sul tetto della “Casa dei suicidi” (c’è gente che si informa sulla sua reale esistenza per organizzare sorprese ad amici appassionati al libro…evviva il macabro e il grottesco), con l’unico intento di porre fine alle loro misere ed insignificanti vite. Da qui si costruisce un rapporto di reciproca solidarietà, finalizzato a far riscoprire ad ognuno dei malcapitati il valore della propria esistenza, aldilà delle problematiche, una sorta di Tiziano Ferro britannico per cui “Il sole esiste per tutti”.

Innanzitutto i personaggi non possono essere considerati “gente comune”, ho da sempre vissuto nell’ottica che il mio mondo non fosse popolato esclusivamente da vip pedofili, madri straziate dall’handicap del proprio figlio, adolescenti oche, camioniste, cocainomani, e rockettari peterpan il cui unico problema è “oddio faccio parte di una delle 294884901 miliardi di band senza un futuro…”; ciò che maggiormente ha urtato il mio già precario equilibrio psicofisico è stato il ridicolizzare una tematica come il suicidio; le questioni sono quindi due: o l’intento di Hornby è stato completamente frainteso, oppure non si è consci realmente di che cosa si stia parlando. Cosa c’è di spassoso in una donna che, abbandonata al proprio destino dall’ennesimo eunuco, mette al mondo una creatura priva di qualsiasi capacità intellettiva e motoria? Cosa c’è di così divertente in un uomo, sposato con due figlie, che va a letto con una quindicenne e finisce al gabbio per pedofilia? Ma soprattutto cosa c’è di “realmente ironico” nella decisione di togliersi la vita?

Probabilmente mi fosse stato presentato come “una lettura che mostra con compassione ed onestà la tendenza sempre più diffusa oggi di buttar via ciò che di più prezioso abbiamo” mi sarei posta in maniera differente nei confronti di questo libro, ma così non ho provato nulla di ciò che mi era stato prospettato: ho riso? No; ho provato empatia nei confronti dei personaggi? No (non mi sento molto affine ad una sedicenne squinternata che va a letto con un ragazzo che per comodità chiama Noncane); ho colto verità su vite in fin dei conti non molto diverse dalla mia? Assolutamente no!

Ora non voglio passare ai vostri occhi come una bigotta trallallero trallallà, puritana e conformista, credo solamente che l’etichetta di grande scrittore della nostra contemporaneità non ti dia il diritto di sparare a zero su qualsiasi cosa passi al convento; ci vuole sensibilità quando si parla delle vite altrui, non ironia, il modo più semplice di nascondere sé stessi dietro ad un dito.

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6 pensieri su “Da starbucks vendono il gelato?

  1. Devo ammettere che “Non buttiamoci giù” l’ho letto qualche tempo fa, ragione per cui non ricordo con nitidezza tutti i dettagli del libro. Per quanto riguarda NIck Hornby, lo trovo un autore gradevole, comunque privo di una “penna” particolarmente raffinata. Una perfetta lettura da spiaggia per non cadere nel Fabio Volo e non perdersi in una Jan Austen. Bando ai preamboli, spezzo una lancia in favore del buon vecchio Nick. Penso che scopo del libro non fosse ridicolizzare o sminuire il tema del suicidio. Suppongo non fosse nemmeno quello di farci sbellicare dalle risate. Piuttosto un modo di mostrare, con l’ironia che per Hornby è la salvezza dei suoi libri , come la solidarietà che può crearsi tra esseri umani simili possa condizionare le loro scelte. (Prova a pensare a un libro di Hornby veramente serio, senza quel pizzico di ironia.Non reggerebbe il confronto con i milioni di altri scrittori. Sarebbe come la Litizzetto che non fa più le battute sul “Walter”. Che è, gli vogliamo togliere la sua caratteristica saliente?), Il libro potrebbe essere una sorta di dimostrazione che una serie di comportamenti che assumiamo o opinioni che difendiamo possano cambiare a seguito di un confronto tra “simili non troppo simili tra loro”. Il tema del suicidio secondo me era volutamente esagerato, preso come esempio smisurato, che attirasse l’attenzione del lettore. Se l’autore avesse discusso un tema più vicino alla “gente comune” e dei personaggi più “verosimili”, forse il lettore non avrebbe riflettuto sul “senso e la morale” generale del libro. Ma avrebbe concentrato la sua riflessione su un tema troppo specifico, mancando così un'”elaborazione più completa del messaggio”.
    Detto ciò, sicuramente Hornby non è il miglior scrittore di tutti i tempi!
    Se vuoi dargli una seconda chance, Prova con Alta Fedeltà, non è male!

  2. Grazie Caterina, apprezzo molto lo scambio di opinioni e tu sei ufficialmente la prima persona che esprime un “giudizio” (se così possiamo chiamarlo) su ciò che ho scritto! Ti ringrazio davvero! Ciò che mi ha fregato, ed errore in cui non cadrò più, è leggere la critica prima di affrontare la lettura vera e propria, creandomi quindi un’aspettativa completamente distorta! Non metto in dubbio che le tematiche affrontate siano importanti e soprattutto attuali, l’aiuto che possiamo trovare inaspettatamente in chi ci è opposto nella quasi totalità, la speranza di poter cambiare le lenti attraverso cui abbiamo sempre visto la nostra esistenza…tutto ciò è sicuramente interessante ed è proprio qui che rinnovo la mia opinione per cui la critica ha completamente frainteso la lettura (si parla sempre del mio comunissimo e personalissimo punto di vista). Sembra quasi che, per partito preso, Hornby scriva con ironia per cui si è autorizzati a catalogare tutto il suo operato come spassoso e divertente (e ti parlo anche di fonti più autorevoli). Riconosco nella sua scrittura la ricerca di una semplicità coinvolgente e piacevole, e sono d’accordo con te quando dici che è per l’autore un’ancora di salvezza, ma ecco mi sento di fare una distinzione tra stile e trama, e di ritrovare questa fantomatica ironia nelle scelte stilistiche relative alla prima, ma solo ed esclusivamente lì.
    Sicuramente, come faccio in ogni cosa, darò una seconda possibilità al nostro amico inglese e ti ringrazio per il suggerimento!
    Grazie ancora per il commento e spero di trovarti spesso a curiosare tra i miei articoli!
    Buona ormai notte
    Eva

  3. Bella recensione – appassionata e lucida!
    Di Nick Hornby ho letto “Alta fedeltà”, che allora, nel 2000, avevo apprezzato moltissimo, ma che ora, a distanza di tempo, ricordo come un simpatico romanzo, e nulla di più. Hornby è brillante, leggero, veloce, e spesso ha delle belle intuizioni, ma rimane ancora nel genere “intrattenimento” – il che non è un male: basta solo ricordarselo mentre lo si legge.
    Brava Eva, contento di aver scoperto il tuo blog! 🙂

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