A gentile richiesta

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La mia dolce metà dal momento in cui ho intrapreso questo percorso “blogghereccio” di, come possiamo definirlo, autopromozione e sfogo personale, ha deciso di trasformarsi in uno di quei folletti fastidiosi che paiono parlare attraverso un disco rotto, in grado di penetrare nella tua mente come un’ipnosi senza autorizzazione. Così, dopo giorni di tentate persuasioni, riflessioni e labbrucci da Cicciobello con la barba incolta, più per amor proprio, istinto di sopravvivenza ed autoconservazione, ho deciso di cedere e concedere.

Non so da dove possa provenire la sua fissazione, ciò che maggiormente ci distingue è proprio la passione per la lettura: io mangiatrice folle di parole romanzate, lui predatore di pellicole e streaming. Non voglio peccare di ubris (fatemi fare la colta ogni tanto, è una delle poche nozioni risalenti al periodo liceale con cui, talvolta, mi permetto di fare la splendida), so già in partenza che questo mio articolo non porterà al risultato desiderato, ovvero vederlo sul divano intento a sfogliare, con sguardo attento e concentrato, le pagine di questo  libro, magari con la partita della Juve davanti, col muto inserito, ma come si dice, la speranza è l’ultima a morire.

Probabilmente è anche colpa delle donne della sua vita se Hosseini è diventato, ai suoi occhi, un personaggio aulico di cui non è concesso non conoscere le opere; ammetto che io, sua madre e sua nonna abbiamo, per vie traverse, più volte punzecchiato la sua curiosità per cui, facendomi un esame di coscienza, un po’ glielo devo.

Come ho dimostrato nel corso di queste settimane, non amo svelare troppo di un libro, è giusto che una persona, interessata ad intraprendere una lettura, parta con la mente “resettata”, abbia cioè la possibilità di dipingere sulla propria tela bianca ciò che la sua anima percepisce, libera da preconcetti e condizionamenti. Non vorrei mai che, per mano mia, capiti a qualcuno ciò che ho vissuto io con Hornby, ponendo dei limiti all’altrui fantasia e percezione. In particolar modo i romanzi di Khaled Hosseini sono, ai miei occhi, dei capolavori, talmente vicini a ciascuno di noi, così facilmente comprensibili, che la cosa migliore da fare è lasciar perdere recensioni e critiche varie e partire direttamente da pagina 1.

Ciò che posso dire è che, anche ne “E l’eco rispose”, l’autore ha fatto centro: come nelle due opere precedenti, è stato in grado, attraverso le vicende di due fratelli afghani, di delineare, con la più sconcertante limpidezza, alcuni tra i sentimenti umani che ci legano aldilà della nazionalità, età, sesso, attraverso qualsiasi generazione: il dolore, l’amarezza, la nostalgia, l’amore incondizionato, la solitudine…

E’ una storia di sacrificio, il sacrificio che porta un padre a separarsi dalla figlia per la quale sceglie un futuro migliore, e il sacrificio di una sorella che decide di superare il limite di un male più grande di lei pur di colmare quella profonda lacerazione che da sempre la separa dal fratello.

Questo è un libro che ci lascia senza dubbio un po’ di retrogusto amaro in bocca, accompagnato però dalla speranza che il nostro lamento, la nostra richiesta di aiuto, la nostra voce avrà sempre un eco in risposta.

Non vi dirò nulla quindi sui personaggi, le loro storie, l’empatia che si possa creare con essi indipendentemente dalla propria esperienza personale; la mia speranza è che un giorno, magari incuriositi anche da questo mio blaterale, possiate essere voi a dirmi qualcosa in più, a darmi ragione o torto, a seguito di una delle più belle letture che io possa consigliarvi.

Capito sbau?

 

 

 

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