La coppa del nonno

ZOM (2)

Ogni estate, dopo una massiccia e rigenerante dose di mare ligure, mi ritrovavo a correre, con le ginocchia sbucciate, tra campi di granoturco abbronzato, rincorrendo un cielo azzurro come la più bella matita colorata.  La porta era sempre aperta su quel cortile asciutto e crepato e, assicurata la mia bicicletta salmone sul cavalletto un po’ sghembo, i suoni del tg3 regionale e delle pentole bruciate accompagnavano un cicaleggio quasi assordante. Ogni sera io e il nonno approfittavamo di quell’ora di tregua dalle zanzare per ritagliarci un frammento di giornata solo per noi: andavamo a chiudere le persiane, questa era la giustificazione, ma in realtà godevamo del nostro silenzio, immersi nel tramonto e nei nostri pensieri, così simili nonostante gli anni che non ci hanno mai divisi. Il via vai era un compagno fidato, arrivava la zia, coi suoi vestiti a fiori e le ciabatte aperte, portando sempre qualcosa di buono e reale: ricordo ancora quando rimasi a bocca aperta davanti alle mie prime patate al forno, “ma queste sono patate vere”, affermai come un neonato precoce nel verbo. La nonna era fuori, seduta sotto l’ombra del balcone, e sgranava i piselli, lasciando a me le punte rigide e combattive dei fagiolini; mi raccontava di quando avevano fatto, proprio su quelle pietre, la foto di famiglia, com’era tutta fiera nel suo abito per la festa e non potevo far altro che amarla per questa sua semplicità, così lontana dall’ignoranza con cui sempre si giustifica.

Morano per me è realtà, i nonni per me sono la vita, quella vera e meritevole: hanno coscienza di ciò che si possiede, non hanno mai perso il contatto con le cose e il loro valore, loro sanno cosa significa ESISTERE. Mi sono ritrovata spesso ad invidiare la loro povertà perché, per quanto loro possano avermi insegnato e io abbia cercato di comprendere, nessuno, nato sotto la mia stella generazionale, sarà mai in grado di possedere quella genuinità di consapevolezze.

Ne “Il catino di zinco” di Margaret Mazzantini si parla anche di questo: una nonna, attraverso la sua vita e quella degli altri, ed esperienze così lontane da sembrare fantascienza. Ci crediamo forti e coscienti, appellandoci ad un’istruzione che ci ha semplicemente ingobbiti e resi una massa uniforme; i nonni sono giganti buoni investiti dell’ingrato compito di insegnarci la realtà, ingrato perché il mondo li ha privati dei mezzi e delle condizioni necessarie e combattere contro i mulini a vento non è mai piaciuto a nessuno.

E’ soprattutto per questo che, quando si parla di vendere quella casa, un frammento di me va in pezzi: sarebbe come privarmi della parte più genuina di me, della dimensione infantile in cui mi rifugio quando le responsabilità mi mozzano il fiato, sarebbe come liberarmi di loro e li amo troppo per poterlo permettere.

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12 pensieri su “La coppa del nonno

  1. Scrivi Eva scrivi !!!! sei troppo brava pecchero’ di presunzione ma e’ la verita’, nelle tue parole fai rivivere la realta’ si percepiscono le luci ,gli odori,i sapori di tutto quello che ti circondava e io avendole vissute con te vedo esattamente davanti a me tutte queste cose e risento le voci e i rumori reali come se il tempo non fosse passato. Brava !

  2. questo tuo post mi ha suscitato un tumulto di sensazioni e ricordi.
    anch’io associo emozioni dolcissime e vivide ai momenti passati con i miei nonni, e chissà perchè, i ricordi più accesi sono quelli legati ai pomeriggi d’estate trascorsi con loro.
    purtroppo mia madre e le mie zie alla fine decisero di venderla, quella casa. ora ci vivono altri, che l’han completamente stravolta, nei colori e nella struttura. ogni volta che passo da quella strada, il cuore non può fare a meno di sanguinare un po’.

    • Mi rendono felice queste tue parole, vuol dire che con ciò che scrivo sono in grado di suscitare emozioni ed è il complimento più bello che qualcuno possa farmi!
      Posso capire completamente la tua tristezza, vedere i propri ricordi sostituiti col presente di altri, sconosciuti, è una sensazione orrenda!
      Grazie mille, davvero

  3. Sono qui, nel silenzio assordante della mia stanza, che mi concedo una pausa da quello che sarà uno degli ultimi esami della mia carriera universitaria…
    Mi sono concessa un paio di minuti per far riposare la mente e sono inciampata, piacevolmente, nelle tue parole.
    Non me ne intendo di libri, non me ne intendo di scrittrici, non mi intendo di nulla, anzi, se non delle leggi, tante, ma ancora troppo poche, che ho fino ad ora studiato. Non me ne intendo, dicevo, ma se essere una brava scrittrice significa creare anche solo una piccola emozione in chi legge…allora si, posso dire che lo sei. O meglio…che sei sulla buona strada.
    Quindi mi aggrego alla mamma quando dice: “Scrivi Eva, scrivi!” perchè in questo mondo così povero di emozioni c’è bisogno di gente che le crei…ti abbraccio forte, da Verona… 😉

    • Non posso far altro che ringraziarti, Cami, per le belle parole, il sostegno e ciò che, per quanto tu ti definisca inesperta, sei “sempre” stata in grado di insegnarmi e trasmettermi. Un’esperta di emozioni ed una gran bella persona sono le prime definizioni che mi vengono in mente nel momento in cui penso alla mia amica veronese.
      Un abbraccio enorme anche a te…Ti voglio bene ❤

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