Mochi al cioccolato

La mia famiglia mi rimprovera sempre di scegliere letture diciamo “poco agevoli”, o meglio definite “leggere come cemento armato” (cit. Mamma assunta…sì, ho assunto la moglie di mio padre come mamma2, che male c’è?!?!?). E’ vero, sono più incline al dramma e al masochismo galoppante, la triade sole-cuore-amore mi ha sempre lasciata un po’ perplessa, però ieri credo di aver letto la frase che meglio rappresenta ciò che penso in tal senso: “…comprese che l’infelicità aveva sopra le ditate della gioia”. Rifletteteci un attimo, quanto è più grande il sollievo dopo una tempesta, e non parlo della visione leopardiana di felicità come breve intervallo tra una tragedia e l’altra, ma soffermiamoci sul momento in cui si gioisce dopo il dolore. Io stessa negli ultimi mesi ho dovuto affrontare un mostro a tre teste che mai avrei pensato di incontrare, ma so per certo che, quando arriverà il momento in cui questo maledetto bastardo giacerà al suolo finito e puzzolente, il sollievo che proverò sarà così grande, così completo che ripagherà qualsiasi incubo e qualunque fatica provati negli ultimi 6 mesi.

In “Quel che affidiamo al vento” di Laura Imai Messina la protagonista, una ragazza giapponese di trent’anni, convive con il vuoto lasciato da mamma e figlia, morte nello tsunami che colpì il Giappone l’ 11 marzo 2011. Adesso, sinceramente, penso non si possa immaginare scenario peggiore, perchè Yui perde TUTTO, di fatto muore con loro in quella tragedia e inizia ad esistere per inerzia. Che succede quindi? Come sempre accade, il destino quando deve fare il grande ingresso patinato sul red carpet e sconvolgere tutto lo fa, anche con un certo livello di soddisfazione, e Yui rinasce dal proprio dolore, grazie al rinnovato amore per la vita che ha in sé i preziosi segni di ciò che è stato. Sapete che non voglio mai svelare troppo dei libri di cui parlo, perché non è mia intenzione influenzare la lettura altrui in alcun modo, ma voglio aggiungere solo un ultimo dettaglio che ho trovato disarmante nella sua potenza evocativa: al centro del romanzo c’è una cabina telefonica. Esiste infatti, poco lontano dalla città costiera di Otsuchi, un giardino all’interno del quale dimora una cabina di legno bianco con un telefono nero completamente scollegato. E’ li che, ormai da molti anni, si recano in pellegrinaggio centinaia di persone che decidono di affidare al vento il proprio dolore, tentando una comunicazione univoca con chi non c’è più, riuscendo ad esorcizzare così, in un certo senso, la propria perdita. Non dico che sia una soluzione, un rimedio o qualcosa di reale ma la sofferenza è talmente soggettiva che non mi sento di porre limiti a ciò che può donare speranza a chi la prova. Perché è di speranza che stiamo parlando, il motore inesauribile dell’esistenza.

Io ad esempio andrei subito a Bell Gardia, e non avrei alcun dubbio riguardo al numero che comporrei…

“We Mario…si si mi manchi, certo che mi manchi, ogni ora di ogni giorno…però, visto che già non ti sei fatto problemi a lasciarmi qui da sola in questo casino, se potessi mettere una buona parola non sarebbe male, insomma…salutami la Pina e mi raccomando la porta, non troppo chiusa né troppo aperta…”

12 commenti Aggiungi il tuo

    1. Eva Guidi ha detto:

      Io non ne avevo mai sentito parlare…lo trovo fantastico!

      1. Evaporata ha detto:

        Sì, è una proprio una cosa bella. 😀

  1. Nonna Pitilla ha detto:

    Non lo conoscevo!! Grazie

    1. Eva Guidi ha detto:

      Grazie a te! Merita davvero 🙂

  2. Rebecca's Light Scrive ha detto:

    È un piacere leggerti, te l’ho già scritto, in verità te lo scrivo senpre nei commenti e te lo scriverò ancora! Ho incontrato un flusso di parole, un torrente, una valanga di parole che riempie ogni spazio possibile… scrivi di te, dei libri che leggi ma soprattutto di vita reale che annusi (inspiri) talmente in profondità che nella espirazione travolgi chi ti sia accanto ma noi fortunati che ti gravitiamo attorno, appunto, che sbocconcelliamo i gusti in coppetta che ci propini, non possiamo che entusiasmarci, vivere anche noi con la Pina, con la mamma assunta, con chiunque purchè sia con te.
    Scusa, non rileggo (non lo faccio mai), ho scritto di getto, travolta dalla tua valanga di parole ed emozioni e di vita e di bellezza, di cui ci fai testimoni. Grazie Eva!

    1. Eva Guidi ha detto:

      Come al solito, leggere i tuoi commenti aumenta la mia autostima in maniera esponenziale 🙂
      Mi sono sempre chiesta se una “recensione” (non so nemmeno se posso chiamarla cosi) di questo tipo potesse interessare a qualcuno o meno; non riuscirei a parlare di libri in maniera distaccata ed accademica, però dall’altra parte non a tutti può interessare ciò che provo io nella lettura! Sentire che c’è qualcuno che entra in sintonia con il mio pensiero così profondamente è stupendo e non può che rendermi felice! Grazie mille cara

  3. Rebecca's Light Scrive ha detto:

    😘😘😊 continua, continua!!!😉💪

  4. newwhitebear ha detto:

    se parla di Giappone è chiuso in partenza. Quanto al resto hai lo stomaco forte per digerire anche il cemento

  5. luisa zambrotta ha detto:

    ❤️❤️❤️❤️

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