Gusto zombie o antilope?

Ci sono due modi per affrontare le difficoltà: disperarsi, autocommiserarsi e piangersi addosso tutte le lacrime del mondo, oppure rimboccarsi le maniche e non perdere mai la speranza e il suo dolce sorriso. Finisco ora di vedere la prima stagione di “The walking dead”: lo stomaco è leggermente provato, il battito del cuore accelerato e probabilmente mi si palesa davanti una nottata impegnativa. Ammetto che di fronte ad un’invasione di zombie zoppicanti e sanguinolenti non sarei in grado di mantenere lo stesso autocontrollo di un attore hollywoodiano, passare da una vecchina senza metà viso ad una doccia calda come se fossi appena uscita dalla lezione di yoga pomeridiana, ma riconosco che un po’ di esercizio di razionalizzazione e identificazione della gravità reale delle situazioni mi servirebbe. Sono infatti un soggetto ansioso, molte volte i medici mi hanno catalogata così analizzando le mie più strane forme di somatizzazione dello stress; non dico di affrontare tutto come se non esistesse più un domani, ma il mio livello di pessimismo cosmico è elevato e costante. Eppure è pieno il mondo di persone apparentemente stupide ed ingenue che si rivelano poi, ad una seconda analisi più approfondita, semplicemente positive. Nombeko è una ragazza sudafricana, nata in una baraccopoli, cresciuta in un bunker, vissuta con una bomba atomica in una fabbrica abbandonata, finita come ambasciatrice di nuovo in terra madre. Un’alzata di spalle e via, davanti alla droga, alle latrine, alla prigionia, alla sfiga prolungata. Ecco, ovviamente la metafora di Jonas Jonasson nel suo “L’analfabeta che sapeva contare” è portata ai massimi livelli contemplabili, ma il messaggio ultimo rimane efficace: take it easy! Dovremmo imparare a prendere le situazioni per quello che sono, non fasciarci la testa prima di rompercela (come dice sempre il mio nonno), mantenere la calma e viva la fiamma della speranza. Si può quindi sperare che lo zombie per oggi preferisca un pacchetto di cookies anziché il nostro braccio, così come si può credere fermamente nel fatto che spedire una bomba atomica al posto di 10 kg di carne di antilope non sia un errore diplomatico così grave come potrebbe sembrare.

E dire che ce l’ho anche tatuato su una spalla, don’t worry be happy; forse è proprio la posizione ad avermi fregato…

Meglio in fronte?

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Alle volte un cicchetto è meglio di un cono tre gusti

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Questa sera non mi va proprio di filosofeggiare, sarà il tempo, sarà l’operario che nella stanza accanto ha imbastito un rave party con le mie tapparelle ante-guerra, sarà che alle volte il cervello ci mette quel tantino in più a carburare e, sventolando bandiera bianca, si abbandona all’inerzia…Voglio fare la bimba, voglio parlare, scrivere, esprimermi così come viene, senza prestare particolare attenzione alle virgole e digressioni…voglio che sia una specie di stream of consciousness…sono Ulisse contro i Proci e guai a chi mi tocca Penelope e la sua tela!
Ho letto un libro, fin qui nulla di nuovo sul fronte occidentale, un romanzo assurdo, illogico, ai limiti dell’imprevedibilità: un centenario tendente all’alcolismo e all’omicidio fa comunella con un ladro solitario, un hippy onnisciente, veterinario e talvolta architetto, una donna con un elefante ed il capo di una banda i cui membri non si capisce se suonino musica classica o spaccino droga e polpette a lunga conservazione.
Jonas Jonasson scrive “Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve”, alla faccia del botulino, delle pinze dietro alle orecchie, delle creme al plutonio e, soprattutto, alla faccia dell’eterna giovinezza: si può campare 100 anni, è vero, tenersi in forma, tonici e reattivi, si può ricercare l’ipocrisia dei falsi sorrisi e dei “sembri molto più giovane”, si può scegliere di sembrare una ciambella glassata di rosa, un po’ lucida ed unticcia, ma alla fine, cari miei, non è più importante la qualità della quantità? Posso arrivare a 90 anni, con una proporzione di carne:plastica pari a 1:100, apparire più giovane, camuffare l’esperienza, ma sono le rughe, i segni di ogni vittoria e di ogni sconfitta a confermare una vita meritevole di tale nomea.
Per cui parlo a te, nonna dalla cofana permanentata e dagli occhi alla China Town, tu, proprio tu, medusa in liquefazione, puoi dire, dall’alto de tuo botulino e delle tue iniezioni di filler, di aver pranzato col generale Franco, alzato il gomito col Presidente Truman, conversato amabilmente con Mao Tse-tung e litigato con Stalin?
No? Bene a parer mio non ti resta che ammirare il palloncino all’elio che vedi riflesso nello specchio e piangere, ammesso e non concesso che i condotti lacrimali siano ancora percorribili.
Passo e chiudo!

Milka Luflèe

ImmagineNon è mai capitato, dall’apertura di questo blog, che io pubblicassi nello stesso giorno due post, ma oggi va così, ho voglia di scrivere, modalità parole a raffica attivata. Sarà fondamentalmente che da un po’ di giorni a questa parte la mia predisposizione nei confronti del mondo è cambiata, mi sento più serena, positiva ed è una bella sensazione che ho la necessità di condividere con gli altri; non è subentrato nulla di nuovo nella mia vita, non ho trovato un lavoro, non ho vinto al lotto, non sono diminuite le difficoltà con cui ho da sempre avuto a che fare, si è parzialmente modificato il mio modo d’essere. Mi sento sbloccata, incentrata su me stessa e sul mio equilibrio, ho voglia di sorridere, di vivere, sento che pian pianino l’ovetto di cristallo che mi circondava si sta sgretolando e non c’è solo più buio e confusione ma ciò che mi circonda inizia ad assumere dei contorni definiti e colorati, io stessa inizio a scorgermi oltre quell’ombra che mi appesantiva, schiacciava. Ho messo un punto ed iniziato un nuovo capoverso nella mia storia, forte della consapevolezza che la vita possa essere differente se solo noi le diamo la possibilità di sbizzarrirsi; ci deve pur essere il sole, non solo ad illuminare i nostri volti o sulle tende arancioni della mia camera, ma dentro di me ora ha voglia di sprigionarsi, di scaldarmi il cuore, manifestandosi in quel sorriso di cui ho sempre avuto paura. Sono Evasole, è un bel nome in fondo, e, se anche non piace a chi mi sta accanto, l’importante è che per me sia speciale, che protegga e porti avanti questa speranza che mi toglie il fiato, che mi porta a spalancare le finestre del mio essere ed assaporare un’aria nuova, buona, fresca, un’aria di rinascita.

Ho letto un libro i giorni scorsi, una lettura leggera ma meritevole, un romanzo che porta in sé proprio i segni di questa personale rivelazione: è la storia di 5 persone, età, percorsi di vita, aspirazioni differenti, accomunati da un’unica patologia, l’obesità. Iniziano così un percorso di sostegno reciproco e crescita che li porterà, non senza difficoltà ovviamente, a riscoprire il mondo e se stessi. Alison Sherlock con “Domani mi sposo” tenta di farci capire proprio come la felicità non dipenda esclusivamente da qualche kg in meno, dal raggiungimento del peso forma o dell’addominale scolpito, ma dalla presa di coscienza del proprio valore personale. Si possono intraprendere tutte le diete del mondo ma sono la mente, i pensieri e l’interiorità negativa di ciascuno di noi a rappresentare il vero problema.Immagine

Mi sento così di lasciarvi con una citazione del libro, che in sé racchiude anche il mio pensiero e credo fermamente anche il vostro 🙂

” Avere un bell’aspetto esteriore è semplice. Tuttavia, tenete bene a mente che non esistono volti brutti, ma solo persone brutte. Parlo di quelli che sono privi di tatto, di comprensione o di gentilezza. Questa è la vera ed unica bruttezza. Sarete belle solo nella misura in cui credete di esserlo”.

Oggi niente baci o abbracci, oggi solo sorrisi 🙂

Evasole

 

 

 

 

Torino è la patria del Gianduiotto

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Non avrei mai aperto il mio blog non avessi avuto una passione irrefrenabile per la lettura, la scrittura, la necessità di comunicare con altre persone sogni, paure, ambizioni ad un livello che superasse la superficialità imperante in questi tempi. Ho ventiquattro anni, sono laureata, disoccupata ed angosciata, una ragazza tenace che ha perseguito i propri obiettivi sino al termine, senza mollare mai, e ha finito per sbattere il muso contro una realtà che nega il futuro a chi, in teoria, dovrebbe costruirlo. Ho voglia di fare, mettermi alla prova e il mio non è un discorso qualunquista alla Miss Italia “Vorrei la pace nel mondo”, io realmente voglio potermi sporcare le mani, emozionarmi alla prospettiva di realizzare ciò per cui ho sudato, pianto, gioito in tutti questi anni di sacrifici. Allora perché non posso vivere la mia crescita, perché non posso avere un futuro MIO?

Cause di forza maggiore, si dice, la situazione in cui riversa il Paese, decenni di sotterfugi, scorciatoie, egoismo e magna magna, per i quali, non si sa bene il motivo, sono le nuove generazioni a doverne sopportare le conseguenze. Ci si lamenta ogni giorno della “fuga di cervelli” dal nostro bel paese, un’espressione che mi ha sempre fatto spuntare un sorriso, giungendo poi alla consapevolezza che persone completamente sprovviste di quest’ultimo non potrebbero utilizzare altra terminologia per manifestare il proprio dissenso. Fa paura la prospettiva di rimanere nella propria merda senza qualcuno a cui demandare!

Si sono arrabbiata, si ho pensato spesso di andarmene, si non me ne frega niente di abbandonare il mio paese in questa situazione perché io non ho fatto nulla per provocarla e si, per quanto poco io creda in me stessa ultimamente, sono consapevole di valere molto di più di qualche “colloquio-presaingiro”.

Marco Lazzarotto con “Il Ministero della bellezza” delinea la sagoma di un’Italia, non più in mano a chi va a braccetto con l’euro e la coppola, ma sono le persone belle a detenere il potere: in poche parole fai se sei sufficientemente attraente, biondo, boccoloso e desiderabile, altrimenti ciccia (nel vero senso della parola). Il protagonista Matteo Labrozzo è uno scrittore torinese il cui indiscusso talento letterario non si è mai tradotto realmente in un successo di pubblico. La situazione degenera ancora di più quando la sua vita viene investita dalla Callistocrazia, ovvero una nuova forma di governo basata sulla bellezza. Norme restrittive, camicie bianche, sacchetti di plastica da usare come copricapo, sono le sfumature di una realtà che pone ai vertici chi non ha né arte né parte se non la fortuna di essere venuto al mondo con le misure giuste, lasciando ai margini chi invece meriterebbe davvero le luci della ribalta.

Un’esasperazione che poco si distacca però dalla reale situazione italiana, dove il reality show parlamentare si alterna ai Bunga Bunga e magliette dai dubbi significati; alla fine che sia di bellezza o ignoranza sempre di superficialità si parla no?

Preferisco non aggiungere altro, sarebbero parole sprecate di una povera illusa, per cui, incattivita più che mai, posso solo consigliarvi di leggere questo libro: è in grado di farci sorridere e ridicolizzare una situazione che ci sta distruggendo giorno dopo giorno!

Gianniiiiii l’ottimismo è il profumo della vita!!!

Miao

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Sono ufficialmente uscita da due giorni di letargo totale, fatto un bagno lungo tre vite, caricato una lavatrice ed ora mi ritrovo qui, lo schermo davanti al naso ed i tasti che, con fare ipnotico, mi sussurrano “Schiacciami…schiacciami”. Mi ero ripromessa di non scrivere tutti i giorni; c’è stato chi mi ha consigliato di lasciare il tempo, a coloro che mi seguono, di desiderare un mio articolo (se così possiamo chiamarlo) ma, riflettendoci su, io scrivo per me stessa, senza nulla togliere a nessuno, e, se devo forzarmi a non utilizzare questa mia valvola di sfogo, viene meno tutta la sua utilità ed il suo scopo primario: rendermi libera.

Io ho un vizio stupido ed infantile, che mi rende recidiva nelle mie scelte: talvolta esse si rivelano un totale disastro, ma più spesso il mio sesto senso (mi piace definirlo così piuttosto che “cervello che fa coccodè”) mi porta a centrare il punto; si Eva, taglia corto, non fare come il tuo amato papà che, per parlarti del piatto di tagliolini che ha davanti, parte dal Pleistocene e gli pterodattili che planano come piccioni inferociti (lo sai papà che ti amo 🙂 ). Io scelgo i libri in base alla copertina: si mi piacciono le figure, i disegni, i colori; si l’anno scorso per Pasqua mi hanno regalato l’album di Rapunzel da colorare e si “Giò” l’ho comprato solo perché aveva un siamese in copertina! Una considerazione che va fatta è che io vivo in simbiosi con Trilly, il mio incrocio tra i gatti infimi e bastardi di un noto cartone Disney ed un  Sacro di Birmania, la mia trovatella nonché sorellina pelosa a cui avrei mancato enormemente di rispetto se non avessi acquistato un libro con il suo sosia come protagonista: io sapevo che non me l’avrebbe mai perdonata.

Così sono tornata a casa, sorriso a 32 denti, e gliel’ho mostrato con fare orgoglioso; non mi aspettavo di sicuro che si mettesse in ginocchio, anche perché credo che, per i gatti, sia anatomicamente impossibile, ma, dall’altra parte, qualcosa in più di quello sguardo interrogativo come a dire “Ma che, sei scema?”. Eppure, come sempre, aveva ragione: se anziché guardare la figura mi fossi concentrata sulla scritta a caratteri cubitali “Helen Brown l’autrice di Cleo” forse avrei potuto cogliere che si trattava di un seguito e che così avrei capito una emerita mazza! Che fare quindi? Di fianco all’enorme scritta “Giò” lessi “Quando non sai cosa fare, chiedi ad un gatto” e così fu; il suo occhiolino mi fece capire che non dovevo demordere ed iniziai la mia lettura. Il risultato è stato un colossale innamoramento per questo romanzo e la sua autrice, per quanto io debba ancora acquistare Cleo, me ne dimentico sempre.

Tralasciando il fatto che sia semplicissimo conoscere i personaggi e le relative vicende, l’autrice racconta la storia di una famiglia come tante altre, gioie e dolori che contraddistinguono la quotidianità di ognuno di noi, il tutto arricchito dalla presenza di Giò, un cucciolo di tonkinese, mandato dal suo predecessore. E’ un romanzo semplice, che si legge con estrema facilità e piacere, in grado di veicolare un messaggio che per me è sempre stato punto focale della mia educazione e persona: il potere straordinario di un amico a quattro zampe. Non è un mistero che gli animali siano migliori di noi in tutto e per tutto, dotati di una linearità di pensiero ed una rettezza di vita sbalorditiva; essi sono in grado di insegnarci a vivere: Giò, ad esempio, riesce a far capire ad Helen come affrontare al meglio il rapporto genitoriale e come non demordere di fronte all’ennesima difficoltà.

Sono fermamente convinta che senza quegli occhioni azzurri sarei persa, il suo calore costante la notte, il potere calmante delle sue fusa, tutto ciò rende la mia vita migliore e la tinge di tonalità calde ed allegre. Una vita senza un animale non è vita, che esso sia un gatto, un cane, una tartaruga o un pesciolino rosso, perché è nella loro semplicità che siamo in grado di trovare il conforto necessario per affrontare la complicatezza di ogni giorno.

E come dice Helen Brown “…la felicità…è il peso di un gatto in grembo!”

أيس كريم

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Wikipedia (lo so, avrei fatto una figura migliore citando lo Zanichelli ma non prendiamoci in giro, un doppio click è più comodo ed indolore rispetto ad un mattone sulle ginocchia) definisce l’integrazione come l’insieme dei processi sociali e culturali che rendono l’individuo membro di una società. Ai giorni nostri non c’è tematica più diffusa, attuale, bistrattata di questa fantomatica omologazione, perché in fondo è di questo che si discute: l’uomo, per sua stessa natura, ha paura di ciò che gli è differente perché vive di conferme che lo aiutano a sentirsi parte di un tutto. L’uomo è un essere debole, “massificatore”, deve poter avere il controllo su ciò che lo circonda e possedere un equilibrio che trova nella linearità degli eventi. Ci si deve integrare a tutti i costi, perdendo però di vista il reale significato di tale nobile processo: non c’è infatti scritto da nessuna parte che accettando questo indissolubile patto di “fusione” si debba perdere la propria identità, rinnegare origini, tradizioni, culture; ciò che è fondamentale è il rispetto, bisogna rispettare la diversità altrui, questa è la reale integrazione. Dicendo questo non mi sto schierando da nessuna parte ma estendo il mio discorso ad ogni individuo dotato di un quoziente intellettivo superiore ad un pistacchio, né esclusivamente a noi occidentali, né al resto del mondo, perché molto spesso si cade nell’errore di addossare la responsabilità del fallimento integrativo solo ad alcuni ma, per ripetermi, DO UT DES.

“Oggi forse non ammazzo nessuno” di Randa Ghazy racconta la storia di una laureanda italiana di origine egiziana; sembra un gioco di parole ma Jasmine è italiana, parla italiano, mangia italiano, vive a Milano, ma possiede una propria identità costruita anche su valori appartenenti ad un altro mondo, quello musulmano. Eppure ogni giorno si trova a combattere contro preconcetti che la fanno sentire diversa, il bel biondino che le chiede delucidazioni sulla poligamia, o le amiche che criticano la sua scelta di preservare la propria verginità sino al matrimonio. Jasmine si definisce un Jinn, un genio della lampada sospeso fra un mondo angelico e l’umanità, “buono ma anche un po’ incazzato, perché a volte dannatamente incompreso”.

Lo ammetto, molto spesso tendo anche io a far di tutta l’erba un fascio, a guardare con disprezzo e diffidenza l’individuo la cui cultura non mi appartiene ma affrontando certe letture realizzi quanto non ci possa essere nulla di più stupido ed insensato; certo Jasmine stessa (e l’autrice attraverso le sue parole) ammette l’esistenza di un becero estremismo nella cultura musulmana, per cui il Corano viene letto ed interpretato come maggiormente conviene, ma c’è anche chi vive semplicemente la propria religione, con regolarità e devozione.

Questo libro gioca a freccette e colpisce il centro, lasciando ben poco spazio alle repliche; per questo ci tengo a concludere il mio post con una citazione, a cui credo nessuno possa aggiunger nulla: “…ti rendi conto che fai parte di un universo così straordinariamente complicato, eterogeneo, eclettico che ognuno è solo portatore della propria idea e difensore della propria identità. Esiste una comunità, una umma, ma al suo interno scalpitano e hanno voglia di esprimersi innumerevoli sfumature. Tu sei solo una di quelle. Nessuno sarà della tua stessa identica tonalità. Mai. Puntini necessari come in un quadro…”.

Gaio, l’antico gelataio!

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“Io sto con Marta” è un progetto a cui mi sono appassionata in particolar modo per la storia che questo libro racconta e sottintende, l’utopia di un fronte comune in risposta ad una crisi contro cui, invece, tendiamo a non opporre mai una reazione concreta. L’autore stesso, l’esordiente Giorgio Ponte, ha dovuto subire in prima persona i danni della situazione di stallo in cui riversa ormai da troppo tempo il nostro “Belpaese”, un’Italia in cui la creatività e la laboriosità delle nuove generazioni vengono viste come un pericolo agli occhi dei soliti quattro “vecchiardi” , che giammai sposteranno il loro regal deretano al fine di lasciarci spazio (e si, qui mi ci metto di mezzo anch’io dall’alto del mio anno pieno di disoccupazione).

Oggi però mi manca la volontà di polemizzare, è giovedì, la mamma stasera fa gli gnocchi e mi ha appena comprato il Dvd di “Cattivissimo me2”, per cui il sole splende, gli uccellini fan cip cip e ho un nuovo libro sul comodino, pronto per essere deliziosamente divorato.

“Io sto con Marta” è pura speranza, ottimismo, positività: racconta la storia di un ragazzo siciliano  che dopo miriadi di risposte negative da editori ed agenti, ha deciso coraggiosamente di autopubblicarsi ed ora, grazie alle innumerevoli sfighe del suo alterego femminile Marta, sta risalendo la classifica dei Best seller di Amazon. Io sono per natura un soggetto negativo, tendente al pessimismo cronico, cerco di concentrarmi sempre sul risvolto nero che una situazione possa presentare, quasi a volermi preparare al peggio; non vi dico i film mentali che mi sono fatta negli ultimi mesi, riguardanti il mio futuro: “povera me, la mia laurea è carta igienica, di quelle anche un po’ grezze che irritano il popò, non troverò mai un lavoro, finirò a vendere fiammiferi per strada ma anche lì non avrò successo perché arriverà una bimba più sfigata di me, cieca col mocciolo al naso, che mi spodesterà in quattro e quattr’otto”. Lo so, la domanda sorge spontanea, “Ma questa è scema?!”, e invece no, non sono scema, va beh forse leggermente sopra le righe, ma meno di un mese fa, alle 2 di notte, sotto chili e chili di piumino, alla flebile luce della mia abat-jour, ho scoperto che Marta la pensava esattamente come me. Lei, siciliana, laureata in Scienze della Comunicazione, dopo uno stage non pagato, un impiego da gelataia ai lavori forzati, alla fine supera i suoi schemi mentali e…CE LA FA!

Qui sorge spontanea la seconda e più importante domanda, quella che ognuno di noi, ragazzi laureati le cui speranze sono rovinosamente scivolate nello scarico insieme al wc net fossa biologica (ogni tanto non nego di svegliarmi nel cuore della notte perseguitata dall’incubo dei nanetti che mi urlano “puzza, puzza, che puzza”): “ma se Giorgio/Marta ce l’ha fatta, perché non posso farcela anche io?”.

Questo è il potere straordinario del libro, la sua capacità di farti sperare ancora in un futuro e di farti, con un sorriso, ritirare i fiammiferi nel cassetto.

Bravo Giorgio Ponte.