Il gelato è per gli eletti!

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Non mi considero una persona dotata di una dimensione spirituale molto sviluppata, sono razionale, disfattista, per me esiste ciò che vedo, sento, mi colpisce e qui mi limito a considerare in aggiunta un’interiorità innegabile fatta di sentimenti ed emozioni. Alle volte, però, è proprio questa mia natura a ricercare soluzioni introvabili nella realtà della mera evidenza e mi pongo quesiti che si dimostrano essere un controsenso; in poche parole è come se remassi contro la mia stessa marea, confondendo le acque, prendendo posizioni che io in primis non sono in grado di accettare. Un esempio può essere il mio continuo interrogarmi sui limiti: sono cresciuta con l’insegnamento che ogni cosa abbia un inizio ed una fine, una sorta di contorno, la classica immagine degli insiemi che disegniamo alle elementari; per cui la domanda è semplice: dove sta l’inizio dell’universo ed ancora di più la sua fine? Si si, senza spendere molte parole avrei potuto parlare dell’uovo e della gallina, del Big Bang, ma questo è ciò che da sempre mi da le vertigini. Come, da atea simpatizzante per una qualche entità eccessivamente menefreghista, mi son sempre chiesta come l’uomo possa essere nato così dal nulla; riesco maggiormente a credere ad una sorta di “megallegrochirurgo” per divinità e a noi come risultato di una sensazionale partita. Ma se realmente le cose stessero così allora, qual è la differenza? Tento di spiegarmi meglio: chi sceglie cosa ciascuno di noi debba essere, chi ha il diritto di decidere la nostra fortuna?

Lo dico perché, senza scadere nella banalità dei luoghi comuni, l’insensatezza e la disparità regnano in questo mondo: c’è chi vive e c’è chi muore, chi mangia e chi viene mangiato, chi ride e chi piange, insomma chi merita e chi deve pagare.

Guardate Solomon Northup e chi come lui ha percorso gli anni più belli a braccetto con la schiavitù; i “negri” carne da macello, i “negri” animali da soma hanno patito gli orrori e le sofferenze universali come capro espiatorio perché? Chi ha stabilito che lui venisse rapito, deportato, mutilato, incatenato e per quale arcano motivo? Dopo aver letto questa biografia, aver ospitato nei miei occhi una delle tante atrocità di cui l’uomo si è macchiato negli anni, non mi accontento più di un lavativo “E’ il volere”. No, sono troppe le cose che ogni giorno devo accettare per sentirmi appagata e soddisfatta da una STRONZATA del genere, per cui mi rivolgo non so a chi di competenza e chiedo delle spiegazioni. Io non voglio e non posso chinare il capo e sottostare al nulla, io voglio la verità e la voglio ora.

Il fiordilatte, in realtà, era limone!

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Fondamentalmente l’idea sta nel fatto che sia impossibile vivere senza ingannare un po’ se stessi, in poche parole si tratta di suggestione, manipolazione mentale, fede nel profano potenziale della psiche umana. Altrimenti perché si direbbe che la sfiga ce l’attiriamo col nostro pensiero pessimista e bistrattante, che la vita è come uno specchio che ti sorride solo se tu la guardi sorridendo? Non c’è fenomeno più decisivo e persuasivo di un’idea seguitata: la fissazione è realmente in grado di paralizzare un’esistenza così come l’autoconvincimento positivo è capace di inebetire ogni sinapsi. Sono poche le persone in grado di accettare la propria realtà e così ci si ritrova a costruire una finzione così inglobante da rendere impossibile e fuori luogo qualsiasi tipo di diffidenza. La parte più saggia di me mi porta quindi ad affermare che sia necessario accettare la realtà dei fatti, belle parole, altisonanti, ma quanto siano complicati e taglienti i fatti sopracitati ognuno di noi in cuor suo lo sa. In aggiunta, molte volte, ci si mettono di mezzo anche le emozioni e a quel punto la faccenda si complica: compiamo numerosi gesti in nome di un altruismo di base, senza porci il problema della soggettività della nostra visione, senza chiederci quindi se ciò che stiamo facendo, in nome del bene altrui, sia realmente tale o solo una forma velata di nostro riscatto personale.

Patricia, dall’alto della sua inadeguatezza, ha sempre agito per la serenità delle persone amate, cercando di non far mai mancare nulla alla sorella universitaria, il padre pensionato in anticipo, la mamma affetta da una tardiva sindrome dell’abbandono, il marito finto bohemien dei poveri, le colleghe politossicomani e chi più ne ha più ne metta. La sua debolezza aveva tirato su barricate di autopersuasioni, volte a farle credere in un’esistenza al limite della perfezione nauseante. Ma di tutto ciò alla fine rimane ben poco, solo le macerie invisibili di un passato in fin dei conti inesistente, solide fondamenta di un presente più onesto e lungimirante.

Ho così completato, con “Le cose che sai di me”, il mio angolo di libreria dedicato a Clara Sanchez, la quale ,per l’ennesima volta, si appella al suo affezionato tema del sospetto: la  realtà non è quel che sembra per cui, fanciulli miei, mettevi a fare i compiti buoni buonini e trovate l’incognita. Nel frattempo io correggo le vostre composizioni letterarie!

La coppa del nonno

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Ogni estate, dopo una massiccia e rigenerante dose di mare ligure, mi ritrovavo a correre, con le ginocchia sbucciate, tra campi di granoturco abbronzato, rincorrendo un cielo azzurro come la più bella matita colorata.  La porta era sempre aperta su quel cortile asciutto e crepato e, assicurata la mia bicicletta salmone sul cavalletto un po’ sghembo, i suoni del tg3 regionale e delle pentole bruciate accompagnavano un cicaleggio quasi assordante. Ogni sera io e il nonno approfittavamo di quell’ora di tregua dalle zanzare per ritagliarci un frammento di giornata solo per noi: andavamo a chiudere le persiane, questa era la giustificazione, ma in realtà godevamo del nostro silenzio, immersi nel tramonto e nei nostri pensieri, così simili nonostante gli anni che non ci hanno mai divisi. Il via vai era un compagno fidato, arrivava la zia, coi suoi vestiti a fiori e le ciabatte aperte, portando sempre qualcosa di buono e reale: ricordo ancora quando rimasi a bocca aperta davanti alle mie prime patate al forno, “ma queste sono patate vere”, affermai come un neonato precoce nel verbo. La nonna era fuori, seduta sotto l’ombra del balcone, e sgranava i piselli, lasciando a me le punte rigide e combattive dei fagiolini; mi raccontava di quando avevano fatto, proprio su quelle pietre, la foto di famiglia, com’era tutta fiera nel suo abito per la festa e non potevo far altro che amarla per questa sua semplicità, così lontana dall’ignoranza con cui sempre si giustifica.

Morano per me è realtà, i nonni per me sono la vita, quella vera e meritevole: hanno coscienza di ciò che si possiede, non hanno mai perso il contatto con le cose e il loro valore, loro sanno cosa significa ESISTERE. Mi sono ritrovata spesso ad invidiare la loro povertà perché, per quanto loro possano avermi insegnato e io abbia cercato di comprendere, nessuno, nato sotto la mia stella generazionale, sarà mai in grado di possedere quella genuinità di consapevolezze.

Ne “Il catino di zinco” di Margaret Mazzantini si parla anche di questo: una nonna, attraverso la sua vita e quella degli altri, ed esperienze così lontane da sembrare fantascienza. Ci crediamo forti e coscienti, appellandoci ad un’istruzione che ci ha semplicemente ingobbiti e resi una massa uniforme; i nonni sono giganti buoni investiti dell’ingrato compito di insegnarci la realtà, ingrato perché il mondo li ha privati dei mezzi e delle condizioni necessarie e combattere contro i mulini a vento non è mai piaciuto a nessuno.

E’ soprattutto per questo che, quando si parla di vendere quella casa, un frammento di me va in pezzi: sarebbe come privarmi della parte più genuina di me, della dimensione infantile in cui mi rifugio quando le responsabilità mi mozzano il fiato, sarebbe come liberarmi di loro e li amo troppo per poterlo permettere.

Una casa di biscotto e palline di gelato

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Sono contenta!!! Si oggi posso dire di essere parzialmente soddisfatta, di avere la bocca un po’ meno amara; magra consolazione visto che si tratta di condivisione di sfighe ma, per lo meno, tutto ciò ci permette di scrollarci un pochetto dalle spalle l’etichetta di “pecora nera” della civilizzazione. Pizza, mafia e mandolino, l’Italia è da tempo la barzelletta d’Europa e, inutile dirlo, la fama di “arancinai” con la coppoletta ci segue affezionata anche oltreoceano. Io sono tutto fuorché patriottica, fiera della mia italianità e tendo a non sbandierare ai quattro venti la mia appartenenza ad un paese che negli ultimi anni mi ha semplicemente restituito secchiate di “fango”(usiamo questa metafora, che poco lascia comunque all’immaginazione); ci si lamenta della fuga di cervelli, dei politici corrotti, della crisi, del debito pubblico ai massimi storici e del bungabunga berlusconiano ma non prendiamoci in giro: l’italiano per sua natura e cultura è comodino e alla maggioranza piace di più aspettare con le membra al sole piuttosto che compiere la rivoluzione. “Mea culpa” dovremmo quindi gridare al cielo piuttosto che stagnare in scene melodrammatiche dall’alto di una Porche Cayenne! Però, e questo va detto, ho capito che in fondo tutto il mondo è paese! Nessuno ne è esente, dal torero al corridore dal sandalo bianco, tutti abbiamo i nostri altarini e panni sporchi, semplicemente a noi piace fare le cose in grande.

Ebbene si, anche la regina talvolta deve pestare qualche cacchina lungo la sua strada; credevo fermamente che la presenza di un trono, seppur affiancato, permettesse un controllo maggiore o per lo meno una sorta di soggezione volta alla rettitudine, ma mi sbagliavo alla grande: più ci si fa i fighi e peggio è. Michael Dobbs in “House of cards” mette in mutande la politica britannica e i suoi sotterfugi, tutti i meccanismi di una mente senza dubbio geniale, appartenente a FU, Francis Urquhart,il più stretto consigliere del primo ministro.

Noi ci lamentiamo di Berlusca? Vediamo il lato positivo, si è simpatici, gioviali, caciaroni: meglio una Minetti tettona che un Ministro musone e triste, un Vladimir Luxuria che fa tappa in ogni reality piuttosto che un mancato gobbo di Notre Dame con gli occhialetti e il riportino. Il sunto sta nel fatto che, schifo per schifo, arrivati ad un punto di non ritorno, forse è meglio possedere la consapevolezza di essere una barzelletta alla luce del sole piuttosto che coprirsi la bocca scandalizzati se un ospite arriva in ritardo al the delle cinque.

God save the Queen!

E se il gelato non esistesse?

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Quando ero piccina sognavo di vivere in una casa sull’albero: natura, animali, sole e pochi pensieri esclusivamente positivi. La degna conclusione di tutte le mie aspettative da bimbetta speranzosa è stata un’esistenza immersa nel traffico, caos, vociare e nebbioso inquinamento cittadino. Ma in fondo i sogni sono desideri di felicità e ai giorni nostri essa è più rara di un Dodo estinto; a chi non piacerebbe vivere in un mondo privo di sotterfugi e piccoli sgambetti, dove realmente il lavoro nobilita l’uomo e la sua famiglia, unita da un affetto profondo e sincero esattamente come quello che ci lega agli altri componenti della nostra comunità? Bello si, ma l’essere umano oggi come oggi è troppo “sporco” e corrotto per lasciarsi andare ad una limpida esistenza, per rinunciare al proprio ego fagocitante a favore di una condivisione sana della quotidianità. “Arcadia” di Lauren Groff analizza proprio questa sconfitta, l’impossibilità di vivere bene con gli altri perché troppo concentrati su se stessi; il progetto c’è, l’ideologia anche, una ristretta comunità di persone positive ed aperte, immersa in un mondo di musica, storie, gioia e felicità terrena. Basta un attimo, però, per trasformare quella massaia addetta alla preparazione del pane in una depressa cronica, il lavoratore a torso nudo in un cannabis-dipendente, la giovane donna dai capelli colorati  in una fragile preda del sesso libero; l’uomo è autolesionista, masochista, in poche parole ama rovinarsi la vita (e in questo aspetto decisamente ritrovo anche me stessa). Dovremmo imparare dagli animali, dalla loro linearità e bontà d’animo, privi di qualsiasi forma di malizia e cattiveria, spinti esclusivamente da un primordiale istinto di sopravvivenza; a mio giudizio semplicità è sinonimo di bellezza ed è appunto nel momento in cui siamo diventati schiavi di strutture più complesse di noi che abbiamo completamente smarrito la nostra. Shifra Horn parla di gatti, ahimè una mia debolezza indiscussa; esilarante ed estremamente fedele alla realtà (condivido la mia esistenza con tre mostri pelosi e questo libro è davvero senza “peli sulla lingua”, per quanto possa essere possibile), credo che la natura del romanzo sia perfettamente delineata dalle parole dell’autrice :” Tutti noi abbiamo bisogno di un amico del cuore. Uno che ci prenda per come siamo, che sia sempre a casa ad aspettarci e ci accolga con gioia, che ci ami di un amore incondizionato, che abbia sempre tempo per noi, che ci capisca senza bisogno di parole, che stia ad ascoltare le nostre pene senza caricarci delle sue, che sappia esprimere con teneri mugolii il piacere per le nostre carezze e dimostrarci riconoscenza ogni qual volta indovini le attenzioni di cui lo colmiamo. Un solo amico è così: il gatto.” Lungi dall’essere tutto rosa e fiori, la presenza di un felino “padrone di casa” è imponente e impossibile da trascurare, ma, dopo una fase di rodaggio della convivenza, un equilibrio in famiglia si può raggiungere; certo, in un nucleo i problemi sono altri, il rapporto tra marito e moglie, la propria serenità intellettuale a contatto con chi condivide la tavola con noi, e se a tutto questo aggiungiamo dei figli adolescenti la frittata è fatta, per quanto possa sembrare un piatto di uova strapazzate male. E’ un copione scritto e riscritto nei secoli: sono convinta che Luigi XIV odiasse sua madre esattamente come Saffo litigava col padre, folle di rabbia e vergogna di fronte alle preferenze della figlia. La mamma sarà sempre la mamma, un figlio diciassettenne sarà sempre stronzo ed insopportabile e il cane/gatto rivestirà controvoglia i panni del paciere. Leggete “La meraviglia delle piccole cose”, di Dawn French, e ridete di quanto, alle volte, possiamo essere stupidi e scontati.

Ultimamente bazzico poco da queste parti, troppe cose da fare, le giornate di sole 24 ore ed una stanchezza cronica mi stanno relegando in una zona di guerra dove non c’è spazio per me stessa; si può però compiere un atto di clemenza e perdonarmi di fronte al mio sforzo di oggi: tre libri al prezzo di due non si trovano nemmeno nei migliori supermercati!

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sperimentare: nuovo gusto Coca cola

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Chi mi conosce, anche solo superficialmente, saprà che una della mie passioni più grandi è cercare: cercare un lavoro, cercare la serenità, cercare una spiegazione, cercare il sole, cercare me stessa, cercare nuovi talenti. Mi si potrebbe definire una sorta di talent scout, per quanto il mio faccione non sia ancora comparso su una qualche rete televisiva, in associazione ad una gigantesca croce rossa. Provo un’immensa soddisfazione nella scoperta di personaggi apparentemente anonimi con una qualche peculiarità straordinaria, che si tratti di occhio artistico, voce da usignolo o mano shakespeariana; proprio per questo molti dei miei post hanno l’intento di ritagliare un piccolo spazio per coloro che si meriterebbero le luci della ribalta ma sono inevitabilmente schiacciati da mostri sacri che, il più delle volte, presentano più del mostruoso che altro. Il talento è ovunque, basta appunto cercarlo ed avere il coraggio di portarlo alla luce: esistono spazzini segretamente tangheri, casalinghe non così disperate con la passione del surf o, più semplicemente impiegati di una qualche casa editrice, con tante cose da dire ed un penna interessante con cui raccontarle. Daniele Colosimo è il mio “compagno di scrivania”, il povero ragazzo a cui da più di due settimane è stata addossata la responsabilità della mia preparazione, e, tra le altre cose, anche uno scrittore emergente; giuro, non sono assolutamente di parte, sarà stata la fortuna, ma le cose vanno ammesse e a me il suo libro è realmente piaciuto. “La chiave per la maturità” ha l’umiltà di raccontare l’adolescenza per quello che è, un periodo semplice, in cui combattiamo maggiormente con noi stessi che con gli altri, un momento nel quale veniamo sommersi dalla responsabilità della crescita, fisica e mentale: si è tutti dei bambini adulti o degli adulti un po’ bambini, dipende dal punto di vista con il quale si preferisce analizzare il tutto, ma il risultato non cambia. Nulla di noioso si intenda, tutto si può dire del testo tranne che manchino i colpi di scena, ma su questo non voglio esprimermi, che senso avrebbe raccontarvi la parte più bella?

Vi basti sapere che Daniele è una di quelle persone che, per quanto la vita ci faccia obbligatoriamente prendere strade differenti, ha avuto il coraggio di provarci, di credere nei suoi progetti, raggiungendo una meta che non sarebbe stato giusto relegare a semplice sogno irrealizzato.

Io continuo a dirlo da tempo, diamo spazio a chi ancora non ne ha conquistato abbastanza, crediamo nelle potenzialità di chi non ha un nome altisonante, perché il bello si nasconde dove meno ce lo aspettiamo.

Cambiami la vita

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Ogni giorno della nostra vita scorre inesorabilmente preda degli eventi; per quanto ci si possa persuadere di possedere un qualche potere decisionale su di essa, questa convinzione è pura chimera: se una cosa deve succedere non c’è nulla che un uomo possa fare per impedirla o modificare il suo corso. Soffermandosi un attimo, nella nostra immobilità troviamo una giustificazione al male, alla sofferenza, al fatto che il destino spesso sceglie l’alternativa opposta rispetto a ciò che vorremmo. Forse troverò numerose persone con un’idea differente ma, per esperienza personale, avrei preferito non imbattermi in determinate situazioni più grandi di me, conscia del fatto che io non abbia fatto nulla per attirarle ed iniziare una qualsiasi forma di convivenza con esse.

Sarò fatalista, fautrice di una visione semplicistica del mondo, arrendevole? Non so rispondere a questa domanda, sono consapevole del fatto di trovarmi in un posto, circondata da determinate persone, con un’immagine riflessa allo specchio ed un lato nascosto all’ombra di un cuore solitario: vivo perché mi è stato chiesto e concesso di farlo, ma il perché mi sia capitata questa esistenza non lo so. Non voglio far passare l’idea che non sia felice e grata di ciò che sono e che possiedo, intendo semplicemente sottolineare come nessuno di noi abbia scelto di nascere biondo, ricco, basso, magro simpatico o aggressivo.

Liesel Meminger saluta un fratello ed una madre, genitori adottivi, il primo amore, il migliore amico, la propria città e migliaia di uniformi sgualcite, versa lacrime fatte di cenere e parole, parole pronunciate da labbra sconosciute, spietate e nemiche, incassandone i colpi violenti, il bruciore straziante. Non scelse lei quel morbo che spense una piccola vita, le bombe distruttive, gli occhi vuoti e arrugginiti di un padre, non fu una sua decisione perdere per sempre se stessa e il proprio posto nel mondo. Come lei in passato, oggi e in futuro, milioni di persone riceveranno sofferenza senza volontà, dolore senza speranza; anche su questo non so darmi una risposta, perché l’Olocausto, perché i bambini, perché la pazzia giustificata, perché un uomo po’ possedere l’umanità?

“Storia di una ladra di libri” di Markus Zusak non permette commenti, che scadrebbero poi inesorabilmente nel banale, è necessario leggerlo e farsi possedere completamente; l’unica cosa che mi sento di dire è che a me ha cambiato la vita…

Uovo di Pasqua gusto sale nero di Cipro

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Sono stati giorni intensi: Pasqua, 25 aprile, bioparchi, uffici di collocamento, sole e diluvi universali…sono stata tutto fuorché una brava blogger, lo riconosco, mea culpa, mea grandissima culpa ma non mi sono mai fermata, col fisico e con l’immaginazione! Avrei voluto scrivere tante cose ma, un po’ per la mancanza di tempo e un po’ per il ritorno di un istinto primordiale al letargo da animaletto “puccioso”, le mie pagine cibernetiche sono rimaste in standby, per troppo tempo e decisamente me ne pento! Proprio per questo oggi, per rimediare alle mie mancanze, vi “regalo” due libri; bella roba, si potrebbe dire, però alla fine è ciò che faccio qui, nulla di nuovo, per quanto  forse vi abbia annoiato fin troppo…chi mi ama mi segua altrimenti vi sorrido ugualmente 😀 una bella faccia happy per tutti voi!

Credo seriamente di aver messo a dura prova le capacità di sopportazione dei miei amici e forse proprio per questo Vanni, dolce metà della mia amata Nucci (come siamo cccciovani con tutti questi nomignoli), mi ha sommerso di romanzi nella speranza di destabilizzare il mio spirito organizzativo nonché tenacia e costanza nel mio percorso letterario. Ciò nonostante, dall’apertura del mio ovetto, ho fatto fuori due libri, decisamente discordanti rispetto ai miei gusti tradizionali ed è questo il lato che ho apprezzato di più: la possibilità di immergermi in mondi a me sconosciuti e sentirmi arricchita, cresciuta, la mia valigia si è fatta più pesante e qui non esiste Ryanair che possa provvedere.

Una delle mie principali peculiarità (e difetto allo stesso tempo) è la costante ricerca di una seconda faccia, di un lato nascosto o semplicemente più profondo; questo significa che non mi accontento mai di ciò che appare, sarebbe troppo facile per me fermarmi lì a ciò che è scritto, mostrato, detto o sentito. Io devo cercare e questo è senza alcun dubbio dato da una deformazione professionale con origini molto antiche: quando ero piccina i miei genitori, ogni volta che mi veniva fatto un regalo, organizzavano una caccia al tesoro che mi ha permesso di trasformarmi da piccola esploratrice di divani e piante domestiche a edificatrice di enormi castelli mentali. Tutta questa premessa per dire che, per quanto “Marina” di Carlos Ruiz Zafon e “Buona Apocalisse a tutti!” di Terry Pratchett e Neil Gaiman siano due letture decisamente all’opposto l’una dall’altra per stile, tematiche e provenienza geografica, io vi ho trovato il mio solito filo rosso d’Arianna. Si parla di integrità, della forza e al tempo stesso della debolezza insita nella natura dell’uomo: si parte da considerazioni sui massimi sistemi, il male contro il bene, Inferi e Paradiso, la corruzione dell’uomo che tenta di superare la limitatezza che lo caratterizza, la nostra volontà di oltrepassare i limiti, ma alla fine è la semplicità a fare da padrona. Non è Belzebù a lottare contro il Metatron ma un bambino di undici anni che decide di disobbedire al proprio padre, non è il Signor Kolvenik a compiere orrori sulla carne umana per sconfiggere la morte ma Oscar che realizza che essa esiste ed è ineffabile. La complessità dell’universo è all’interno dell’uomo, nella sua quotidianità, nelle sue scelte ed esperienze e, come è impossibile controllare il moto delle stelle o del sistema solare, così è nostro compito rinunciare alla gravosa impresa di trovare una soluzione a ciò che ci accade. Bisogna vivere e basta insomma, indirizzare il nostro destino laddove è possibile senza opporci a ciò che è più grande di noi.

Io, per quanto mi riguarda, prometto di non fare più assenze così prolungate nella speranza che mi si possa perdonare questa volta! La giustificazione è che sono un’eterna bambina e dovevo riprendermi dall’impegnativa ricerca del coniglio di Pasqua, sfuggente animale antipatico 🙂

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In francese crème glacée

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Non parlo francese dalle medie per cui, per quanto io sia comunque una ragazzina che tra un mese esatto non compirà assolutamente un quarto di secolo, di annetti ne sono trascorsi e la mia memoria vacilla, insomma fa acqua da tutte le parti. Ciò nonostante, per scrivere questo post, mi sono cimentata in una traduzione all’ultimo respiro di cui però non assicuro la validità (di mio capisco già Roma per toma, figuriamoci col francese): sta a voi fidarvi di me e delle mie capacità “poliglotte”.

Nell’ultima settimana la mia attenzione si è concentrata su “Le Prix de l’Optimisme” (=Premio dell’Ottimismo e qui vi sfido a non pensare a Gianni e al profumo della vita, ma passiamo oltre 🙂 ); il tutto fa riferimento alla Lega degli ottimisti francesi, un’associazione che comprende individui di tutte le culture, estrazioni sociali e orizzonti professionali per cui l’ottimismo è un’attitudine spirituale che porta ad affrontare difficoltà ed incertezze in maniera positiva ed attiva. Non mi interessa prolungare il discorso più di tanto ma reputavo importante rendere partecipi i miei lettori di questa scoperta (non so se sia ignorante io o meno), partendo anche dal presupposto che l’ultimo libro da me fagocitato è stato il vincitore 2013 di questo premio: “L’atelier dei miracoli” di Valerie Tong Cuong.

Per quanto le pagine siano occupate da personaggi “disastrati”, il romanzo presenta una positività di fondo che non deve essere trascurata; si parla di riscatto personale, la possibilità in mano a ciascun individuo di fuoriuscire dalla merda (concedetemi questa licenza poetica) in cui è sprofondato. Fondamentalmente il messaggio intrinseco sta nell’idea che non esiste incendio, ragazzino malefico, matrimonio naufragato, povertà fisica ed intellettuale che possa fermare una nostra riscossa; “se voglio posso” ovviamente con i debiti aiutini perché, non prendiamoci in giro, sono pochi quelli che credono ancora nelle favole. Soccorsi con secondi fini o meno, poco importa, ciò che risulta rilevante è la presa di coscienza del soggetto in difficoltà e la forza di rialzarsi, per quanto la sfiga possa essersi accanita contro di noi.

Ho ritrovato tra le righe della Cuong una frase che mia madre mi ripete da che ho memoria, essendo sempre stata una enorme rompipalle pessimista e negativa, e credo sia un mantra che molte persone, dedite all'”autocrogiolamento recidivo”, dovrebbero fare proprio : “Bisogna tener duro, è questo il segreto, andare avanti malgrado gli schiaffi e i voltafaccia: arriva sempre un momento in cui la ruota si mette a girare nel senso giusto”.

Sta a noi la pazienza di attendere il nostro momento 🙂

 

Pensami leggero

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Ultimamente ho molto tempo per pensare, forse troppo, anzi togliamo pure il forse; da quando mi sono laureata proprio questo continuo elaborare, analizzare, ricercare ed operare di autoconvincimento mi hanno portato alla deriva, in uno stato d’inconsapevole isolamento e manipolazione. La chiamano crisi della crescita, quel momento in cui si esce dai binari prestabiliti, su cui abbiamo percorso la nostra strada sino ad ora, per buttarsi nel baratro dell’incertezza, alla ricerca di un futuro ignoto che decisamente ci spaventa. Ti fermi e pensi a te stesso, ti fai il classico esame di coscienza, una valutazione di ciò che sei riuscito a combinare in tutto questo tempo: Eva, 24 anni, molti anni di studio alle spalle coronati da un percorso di laurea ai limiti dell’inutilità, tanti sogni nel cassetto di cui però ho perso la chiave, inghiottita da quasi un anno di debolezza e buio, pillolette bicolori e realtà in bianco e nero. Certo non rinnego ciò che ho scritto pochi giorni fa, tutta quella storia di Evasole, ve la ricordate? Sto bene, sorrido, ho anche iniziato a camminare e correre dopo mesi di inespugnabile immobilità, ma ciò non toglie che il mio essere sia completamente ricoperto di cicatrici, abrasioni, lividi in via di guarigione; ogni tanto qualche piccola ferita si riapre, sento quel bruciore famigliare che ormai non fa più paura. Sono una ragazza forte, con cui la vita non è stata particolarmente generosa; era praticamente impossibile non farsi male e la fuga non è un comportamento che mi si addice. Questo non vuol dire che io sia stata il bersaglio fin troppo facile di una sfiga inesauribile, c’è chi sta meglio, ma c’è anche chi sta come me se non peggio. Una cosa devo però rimproverarmi, l’idea, troppo solida, di riuscire sempre e comunque a cavarmela da sola: non sono Wonderwoman e a questo punto avrei anche dovuto capirlo, invece continuo ad essere una persona refrattaria nei confronti di quella parte del mondo che vorrebbe solo darmi una mano. Colpevoli le tante delusioni e la superficialità che ancora mi circonda ma è solo colpa mia se non sono in grado di scegliere chi avere accanto, no?

Ho letto due libri in questi giorni, colmi di sofferenze ai margini della sopportazione, squilibri e percorsi di vita ingiusti, ma, aldilà di tutto, il filo d’Arianna che realmente ha catturato la mia attenzione è stato uno: in entrambi i romanzi, i personaggi superano i loro limiti grazie aImmagine qualcuno, una persona in grado di concedere il proprio universo per la felicità altrui. John Green in “Colpa delle stelle” scrive proprio “Non puoi scegliere di essere ferito in questo mondo, ma hai qualche possibilità di scegliere da chi farti ferire”, mentre Matthew Quick, ne “Il lato positivo”, parla di un giovane uomo convinto di vivere in un film, da cui sarà in grado di staccarsi solo grazie all’aiuto della propria versione al femminile “Fa male guardare le nuvole, però aiuta: come gran parte delle cose che provocano dolore”.

Insomma ho preso coscienza del fatto che il primo passo verso la serenità e l’equilibrio sia riscoprire se stessi ed il proprio valore, ma siamo, senza nessuna esclusione, esseri viventi che amano l’amore, che non possono fare a meno di cercarsi l’un l’altro, la propria metà platonica, per cui sta a noi aprirci al mondo e lasciarsi incantare, catturare ed infine guarire.