Quanto ci starebbe cioccolato e pistacchio?

Caro 2015,

sono già trascorsi 17 giorni dal tuo inizio e l’impegno per affrontarli non è di certo mancato. Ogni anno mi ritrovo a fare un punto della situazione, perché, diciamolo, affrontare un accurato esame di coscienza più volte nell’arco dei tuoi 365 giorni è eccessivamente autodistruttivo e comporterebbe un’operazione di critica, smantellamento e ricostruzione che si può sopportare solo agli albori del nuovo anno.

Maggiormente ora che è un capitolo archiviato, non amo molto parlare del 2014, periodo di crescita, maturazione e bla bla bla, ma mi piace pensare che tu sarai un compagno di giochi migliore. Quali sono i miei buoni propositi? Diciamo che ce n’è uno che mi sta particolarmente a cuore e per cui spero vivamente di trovare la forza necessaria ad attuarlo e tutelarlo: voglio pensare a me stessa. Si hai capito bene, voglio diventare egoista, una stronza egoista concentrata sulla propria persona e basta. Perché, in tutta franchezza, si vive meglio, eccome se si vive meglio, per il semplice fatto che l’unica persona da cui ci aspettiamo qualcosa siamo noi stessi. Non ci riveliamo all’altezza delle nostre aspettative,bene arriva la delusione, una delusione che però non sarà mai sofferenza lancinante, dubbio e vuoto ma semmai rabbia, ferocissima rabbia, da cui ricavare ancora più forza per andare avanti. Non mi scorderò mai un capodanno di qualche anno fa…c’era in ballo un giochino stupido per cui bisognava evidenziare pregi e difetti di ciascun partecipante…una delle mie migliori amiche di sempre, una persona a cui voglio un gran bene e che mi ha accompagnato per tutta la vita, mi ha guardato e col dispiacere negli occhi mi ha detto “Eva…il tuo più grande difetto è che sei troppo buona!” . Non voglio più esserlo…basta pensare agli altri perché gli altri non penseranno mai a te…è una regola matematica, il numero di buone azioni e la quantità di affetto che tu indirizzi a qualcuno che ritieni meritevole sono inversamente proporzionali a ciò che riceverai. Tanti, troppi calci nel culo, tante, troppe lacrime sprecate, merito di meglio già solo per il fatto di aver sofferto tanto…nessuno si merita di star male.

Per cui zaino in spalla, un paio di forbici, un pettine, un manuale di diritto e via che si parte…com’è che si dice in questi casi?

2015 NUN TE TEMO!

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Alle amebe piace il gelato

Si trascorrono dei momenti in cui ci si dimentica di se stessi, o meglio si perde la voglia di impegnare energia per prendersi cura della propria persona…E’ quello che io definisco da sempre “vivere per inerzia”, esistere giorno dopo giorno senza razionalizzare i propri scopi, passioni, idee, semplicemente respiro, batto le palpebre, sorrido, guido, lavoro, uso la calcolatrice, mangio perché è il mio organismo a richiedermelo e le cose devono andare così. Monotonia, routine, gli stessi schemi che si ripetono nella medesima sequenza, la vita del sordo, del cieco, dell’orfano della voglia di vivere; è una roulette russa contro il tempo, in cui il vincitore è però chi riesce a sparare e ad abbandonare per qualche ora questa esistenza sempre uguale.
Negli ultimi mesi mi sono trasformata in una “macchina da fatturato”, macina ricevute, anagrafiche e mail d’assalto, recettiva solo nei confronti della preoccupazione di una fine imminente, della paura di ricominciare da capo, perdendo il terreno guadagnato rinunciando alla mia stessa natura. Ho letto si, molti libri, pagine su pagine che mi tenevano ancorata parzialmente a quella ragazza che sogna tanto di scrivere qualcosa di suo, dimostrando a se stessa di potercela fare contro l’opinione di chi le consigliava uno shampoo al posto della stilo. La mia fortuna sta però nel fatto di possedere un cervello, la capacità di fermarmi davanti ad uno specchio e di analizzare quanto risplende il mio sguardo: è giunta l’ora di riaccendere la scintilla perché un paio di occhi spenti non piacciono a nessuno.
Si torna in pista, e dopo un giro di prova dovrebbe essere un po’ come andare in biciletta, una di quelle cose che non si dimenticano mai, tenendo conto che, in più, qui c’è la passione come motore primario.
Tuttavia, dopo questo sproloquio che un po’ ha della giustificazione di assenza scolastica e un po’ di memento personale, non sarei io non citassi una lettura pertinente al tema della “rivendicazione di piccole donne frustrate crescono”. Un grazie sentito va quindi a Katherine Pancol e alla sua trilogia sul genere femminile, che ha come primo atto “Gli occhi gialli dei coccodrilli” per poi travolgerci con “Il valzer lento delle tartarughe” ed infine “Gli scoiattoli di Central Park sono tristi il lunedì”.
Abbandonando un discorso puramente femminista, la questione qui rimane seria: la vita non è piacevole per nessuno, bianco, nero, donna o uomo, magro, grasso, a pois o a strisce orizzontali, ci sarà sempre qualcosa che dall’alto farà sentire la propria violenta pressione; il trucco sta quindi nell’incassare il colpo, fare un bel respiro e porsi come obiettivo finale se stessi come fonte primaria di felicità e realizzazione.
Nessuno di noi può vivere mangiando Nutella su una mongolfiera insieme ad un unicorno dorato, per cui cosa possiamo fare per trovare un po’ di serenità?
Io sicuramente devo scrivere!
cover (3)  IL_VALZER_LENTO_DELLE_TARTARUGHE   Gli scoiattoli di Central Park sono tristi il lunedì

La coppa del nonno

ZOM (2)

Ogni estate, dopo una massiccia e rigenerante dose di mare ligure, mi ritrovavo a correre, con le ginocchia sbucciate, tra campi di granoturco abbronzato, rincorrendo un cielo azzurro come la più bella matita colorata.  La porta era sempre aperta su quel cortile asciutto e crepato e, assicurata la mia bicicletta salmone sul cavalletto un po’ sghembo, i suoni del tg3 regionale e delle pentole bruciate accompagnavano un cicaleggio quasi assordante. Ogni sera io e il nonno approfittavamo di quell’ora di tregua dalle zanzare per ritagliarci un frammento di giornata solo per noi: andavamo a chiudere le persiane, questa era la giustificazione, ma in realtà godevamo del nostro silenzio, immersi nel tramonto e nei nostri pensieri, così simili nonostante gli anni che non ci hanno mai divisi. Il via vai era un compagno fidato, arrivava la zia, coi suoi vestiti a fiori e le ciabatte aperte, portando sempre qualcosa di buono e reale: ricordo ancora quando rimasi a bocca aperta davanti alle mie prime patate al forno, “ma queste sono patate vere”, affermai come un neonato precoce nel verbo. La nonna era fuori, seduta sotto l’ombra del balcone, e sgranava i piselli, lasciando a me le punte rigide e combattive dei fagiolini; mi raccontava di quando avevano fatto, proprio su quelle pietre, la foto di famiglia, com’era tutta fiera nel suo abito per la festa e non potevo far altro che amarla per questa sua semplicità, così lontana dall’ignoranza con cui sempre si giustifica.

Morano per me è realtà, i nonni per me sono la vita, quella vera e meritevole: hanno coscienza di ciò che si possiede, non hanno mai perso il contatto con le cose e il loro valore, loro sanno cosa significa ESISTERE. Mi sono ritrovata spesso ad invidiare la loro povertà perché, per quanto loro possano avermi insegnato e io abbia cercato di comprendere, nessuno, nato sotto la mia stella generazionale, sarà mai in grado di possedere quella genuinità di consapevolezze.

Ne “Il catino di zinco” di Margaret Mazzantini si parla anche di questo: una nonna, attraverso la sua vita e quella degli altri, ed esperienze così lontane da sembrare fantascienza. Ci crediamo forti e coscienti, appellandoci ad un’istruzione che ci ha semplicemente ingobbiti e resi una massa uniforme; i nonni sono giganti buoni investiti dell’ingrato compito di insegnarci la realtà, ingrato perché il mondo li ha privati dei mezzi e delle condizioni necessarie e combattere contro i mulini a vento non è mai piaciuto a nessuno.

E’ soprattutto per questo che, quando si parla di vendere quella casa, un frammento di me va in pezzi: sarebbe come privarmi della parte più genuina di me, della dimensione infantile in cui mi rifugio quando le responsabilità mi mozzano il fiato, sarebbe come liberarmi di loro e li amo troppo per poterlo permettere.

Zucchero filato…accorrete accorrete!!!

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Sono un topo da biblioteca, lo ammetto, passo le mie giornate immersa nei libri ed un giorno mi riscopro bambina, un altro indiana, pakistana, canadese, persino uomo alle volte! Viaggio molto con la fantasia, sono la classica ragazza da castelli in testa, voli pindarici, ma amo le immagini, non ci posso fare nulla, in ogni loro forma e consistenza! Proprio per questo mi sento in obbligo (ed anche orgogliosa, diciamolo, trattandosi di una mia amica) di promuovere qui sul mio blog un evento che si terrà in quel di Torino a partire dal 2 maggio 2014.

9 artisti è una delle sempre più frequenti manovre di “autopromozione” giovanile, un’esposizione indipendente organizzata da ragazzi pieni di talento e di voglia di farsi conoscere da un mondo che concede sempre meno spazi a chi ne meriterebbe largamente! Per cui invito tutti voi, torinesi e non (ovviamente a seconda della possibilità), a partecipare insieme a me a questa mostra, dimostrando quanto ancora si apprezzi e si riconosca la bellezza ed il talento, perchè anche la mia generazione è in grado, ogni tanto, di combinare qualcosa di buono, mostri scansafatiche 🙂

Per tutti coloro che sono curiosi di sbirciare dietro le quinte, lascio inoltre l’indirizzo del blog della mia amica fotografa http://www.abphotosblog.tumblr.com

Ne vale realmente la pena e poi quanto è bello darsi una mano a vicenda? Alla fine siamo tutti sulla stessa barca no? 😀

Vita

Se c’è una cosa per cui devo primariamente ringraziare i miei genitori è il fatto che mi abbiano insegnato a stare al mondo: la vita di per sé non è semplice, questo l’ho imparato sulla mia pelle, ma ogni cicatrice, ogni sbavatura, ogni livido fanno di me la persona che sono, quella che tutti i giorni cammina, per le strade di un’esistenza colma di gradini, pozzanghere e tombini scardinati, a testa alta, con lo sguardo fisso, diretto verso il sole. Ci si scotta, lo so, gli occhi bruciano e le lacrime inondano il viso ma, esattamente come al buio, ci si abitua e si impara ad affrontare la realtà così come capita, crescendo. Ogni difficoltà mi ha aiutato ad aprire un po’ di più gli occhi e mi sono resa conto che, spesso, non ne scaturiva solamente una grande stanchezza e senso di rassegnazione ma un miglioramento, un reale miglioramento. IO SO VIVERE, sembra banale ma non so quante persone abbiano la facoltà di affermarlo, so come funziona il mondo, conosco le sporche regole del suo gioco, le sconfitte ma anche la completa soddisfazione delle mie vittorie su di esso. Riconosco di possedere un grande tesoro, me stessa, la mia mente e la mia intelligenza e non è di cultura che sto parlando, ci tengo a precisare il concetto, perché molte volte le persone più blasonate ed innalzate su miriadi di palmi di mani sono anche le più povere di contenuti. Fondamentalmente so quanto valgo: lasciamo perdere la fisicità e tutto ciò che possa apparire superficiale, sono una bella persona e questa certezza credo mi renda una delle ragazze più ricche al mondo. Tutto questo non è finalizzato ad un innalzamento egocentrico di me stessa, non ha come obiettivo quello di ritenermi superiore rispetto a chi mi circonda ma mi da la reale possibilità di rispettare gli altri, in tutto e per tutto, facendo appello al buonsenso, la pietra più rara e preziosa della contemporaneità. Per questo mi sento di ringraziare mia madre e mio padre, per avermi regalato gli strumenti con cui spiccare il volo, che mi dessero la possibilità di riconoscere e selezionare il mio stormo e, con esso, librarmi verso tutto ciò che mi aspetta.

Grazie, vi amo

sempre.

Non posso farne a meno

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Molte volte mi capita di svegliarmi la mattina e, prima di iniziare qualsiasi cosa, di concedermi cinque minuti davanti allo specchio: ci sono quei giorni in cui ciò che vedo non si discosta poi così tanto dalle mie aspettative e altri in cui, invece, percepisco tutto il peso della mia persona. Non intendo solo i kg spicci misurati sulla bilancia meccanica, ma anche tutto il carico della mia interiorità e del mio personale vissuto. I miei occhi parlano, gonfi di preoccupazione, dolore e disillusione, sopra ad occhiaie degne di un pugile sconfitto sul ring. Sono un libro aperto, ogni millimetro del mio corpo trasuda sentimenti e stati d’animo: il tic della gamba è un riflesso incondizionato dovuto allo stress così come le smagliature sui fianchi evidenziano il mio altalenante rapporto col cibo. Qualsiasi parola otterrebbe un effetto molto meno immediato e diretto, è inutile che io parli, è necessario semplicemente che io mi immerga nel mondo per essere compresa. Diciamo che questo meccanismo funziona con tutti quei soggetti che io faccio rientrare nella categoria delle “anime combattute”, coloro non ancora abbastanza forti da affinare le loro doti ingannevoli. Non sono mai riuscita a nascondere il mio disagio agli altri o le mie preoccupazioni, per quanto mi sia esercitata negli anni con convincenti sorrisi di circostanza e con l’entusiasmo fittizio, un esercizio del tutto necessario in un mondo in cui le difficoltà purtroppo conducono alla solitudine. Questo avviene perché non si ha più voglia, in generale, di stare ad ascoltare, provare a comprendere chi ci è di fronte, chi ce lo fa fare? Insomma, se la mia vita è semplice, regolare e, a grandi linee, positiva e rilassante, perché mai dovrei intristirmi per gli altrui problemi; è molto meglio tapparsi orecchie, occhi e bocca, scacciando l’idea che prima o poi possa avere io bisogno di aiuto. La conseguenza diretta è che tutte quelle persone che non hanno ancora ricevuto la loro dose di fortuna debbano rintanarsi nel proprio isolamento, più o meno forzato: il dolore va così a braccetto con la solitudine. Non voglio nascondere a nessuno che questa sia esattamente la situazione che ho da poco dovuto affrontare: non ho trovato nessuno (ovviamente escludendo i miei genitori e la mia migliore amica che non finirò mai di ringraziare) al mio fianco, disposto a spalleggiarmi nella battaglia più difficile che io abbia mai intrapreso in vita mia e questo semplicemente perché avevano tutti paura, come se avessi potuto condividere il mio disagio, come se la mia malattia potesse attaccarsi maleficamente e portare tutti alla deriva con me. Ho scoperto però che, molto spesso, la solitudine non è una forma di debolezza e arresa, ma è forza allo stato puro: chi può dire di star bene con se stesso ha vinto in partenza e io sono uscita da un incubo, dal buio più profondo e totale, trasformandomi in un’eroina, una persona migliore di quella che ero in partenza.

E’ per tutto questo che io consiglio vivamente a coloro che, leggendo queste mie parole e riflessioni, abbiano provato una qualsiasi forma di empatia o comprensione di leggere “Il peso” di Liz Moore; le pagine sono occupate dai vissuti di due personaggi a parer mio meravigliosi, metafore di forza, coraggio, sensibilità ed amore incondizionato. Arthur Opp è un uomo di mezza età, relegato nella sua casa di Brooklyn, non solo per il suo “voto” di solitudine, ma anche per la sua imponente stazza, mentre Kel Keller è un ragazzino all’ultimo anno di liceo, costretto a fronteggiare un’esistenza troppo complicata ed ingiusta per la sua età. L’amore di una donna per il figlio e per il proprio passato porterà i due personaggi a fondere le loro solitudini un una splendida condivisione reciproca.

Ammetto di aver scritto, rileggendo, un post molto personale e forse poco interessante per chi mi legge per consigli puramente letterari, ma alle volte è necessario sfogare la propria amarezza per incontrare l’altrui sostegno e, in caso questo non avvenisse, anche solo una parentesi di sfogo, che non guasta mai.

Il cioccolato tira su il morale

Oggi qualcosa devo scrivere, ne sento la responsabilità, il peso, non posso latitare così quando i miei piani originari prevedevano una “pseudo-recensione” ogni giorno; avrei mille libri di cui parlare, letture che di certo non devono finire silenziosamente nel dimenticatoio, hanno il diritto e la bellezza per diventare oggetto di discussione, anche se a parlarne sono io, un’emerita nessuno.

Oggi però è il giorno di nessuno: non c’è donna, uomo, bambino, gatto, cane, ananas, prugna, amaca, bomba, onda che abbia attirato la mia attenzione, che occupi in maniera invasiva la mia psiche, costringendomi a tradurla in parole e a liberarla dalle barriere di una singola mente isolata. Sento di non dover parlare di qualche libro in particolare, non renderei giustizia ai suoi contenuti, non ne discuterei con il dovuto entusiasmo; credo capitino a tutti quelle giornate di “sciopero intellettivo”, in cui la prospettiva di qualsiasi impegno che possa avere direttamente a che fare coi nostri pensieri incontra un encefalogramma piatto?

Per cui mi dispiace ma oggi è un’altra di quelle giornate in cui darò libero sfogo alle mie pazzie represse ed ognuno di voi è libero, come sempre, di mandarmi a quel paese amichevolmente! Prometto, non sarò prolissa e noiosa, cercherò di concentrarmi sull’obiettivo senza digressioni inutili e sproloqui stile nonna papera, anche perché, in realtà, il punto è molto chiaro e sarebbe ben difficile perdere il filo del discorso (ma con me non si può mai sapere): ci tenevo a ringraziare le tante persone che mi hanno sostenuto in risposta al mio post “Oggi niente gelato”, per rimanere in tema di pensieri scritti a casaccio.

Quel giorno mi ero alzata particolarmente giù di corda, il lavoro che finalmente pensavo si potesse concretizzare si era appena aggiunto alla lista delle innumerevoli prese per il culo (concedetemi il termine ma di questi tempi l’esasperazione rende scurrili) e la mia già poca autostima, come ben avete letto, rasentava il livello larva morta. Così, per aggiungere ulteriore carne al fuoco ed autocommiserarmi per benino, avevo iniziato a scrivere delle mie sfighe; le poche volte che avevo provato a parlare dei miei problemi a persone fisicamente presenti accanto a me, il risultato era stato un connubio di occhi alzati verso il cielo e sbuffata alla “spengo il fuoco e salvo la mamma di Bambi”. La mia paura ad aprirmi era quindi più che giustificata ma ne sentivo il bisogno irrinunciabile e il peggio che fosse potuto succedere era la più totale indifferenza, e a quella ero già ampiamente abituata.

Non mi sarei mai aspettata un sostegno così diffuso: per la prima volta nella vita mi sono ritrovata a sorridere di fronte a commenti così sinceri, importanti, disinteressati e spontanei che mi hanno entusiasmato e commosso; non sono una persona che cerca negli altri la forza per andare avanti ma sarei una bugiarda ed un’ingrata se non vi esprimessi la mia riconoscenza. E’ come se avessi trovato il mio posto, circondata da persone in grado, nonostante la mancanza di una reale conoscenza, di comprendere le mie sensazioni più profonde, gioie e disagi, persone a cui non pesa regalare un sorriso senza ottenere nulla in cambio ed è raro, davvero raro. Qui posso dire di aver trovato il mio mondo, ed ogni giorno ringrazio me stessa per aver iniziato questo percorso.

Quindi, tirando le somme, ciò che volevo dire era un semplice GRAZIE di cuore.

Eva

ps. Ho iniziato a scrivere la mia storia 🙂

 

Oggi niente gelato!

Una delle caratteristiche che contraddistinguono maggiormente il mio essere è l’insicurezza cronica in me stessa; non mi sento mai all’altezza di nulla, abbastanza bella, brava al punto giusto, portata per quel compito che agli occhi degli altri sembra cucito sulla mia pelle. Sin da piccolissima ho sviluppato un occhio ipercritico che mi ha sempre portata a giudicarmi severamente ed alle volte (diciamo pure nella maggior parte dei casi) a svilire le mie capacità. Ho sempre preteso il massimo ed anche quando lo ottenevo non era mai abbastanza: io volevo di più, ma indipendentemente dal mondo circostante; è strano a dirsi, ma non ho mai fatto confronti con le persone intorno a me, non mi è mai interessato essere migliore di tizio o caio, il mio parametro di valutazione ero sempre io ed il mio obiettivo superarmi ogni giorno. Nessuna colpa è da addossare ai miei genitori, proprio loro che, alla ma prima insufficienza alle medie, hanno organizzato una festa perché si “anche loro avevano una figlia normale”; hanno sempre creduto nelle mie potenzialità, investito in esse e sofferto per la mia costante insoddisfazione. Ecco la definizione giusta è che sono un’eterna insoddisfatta ai limiti dell’insopportabile; ora che lo scrivo mi rendo conto di quanto possa essere faticoso alle volte starmi accanto! Ovviamente non sono un mostro sputafuoco, di pregi ne ho anche io, ma questa marcia dell’autodistruzione sicuramente non migliora l’immagine che di me stessa posso offrire agli altri.

La stranezza sta nel fatto che sono ben conscia di ciò che sono, di cosa potrei fare se solo ne avessi il coraggio e ci credessi realmente; perché tutta questa disquisizione, questo libero sfogo stile piccole teenagers crescono? Vi starete chiedendo “ma questa non doveva parlare di libri?”

Si lo scopo principale di questo mio piccolo salotto personale è quello, ma un filo logico c’è: io da sempre vorrei tanto scrivere qualcosa di mio. Definire le mille idee che mi frullano in testa un libro, un romanzo, mi sembra esagerato ed un po’ troppo pretenzioso, ma ci sono agende, taccuini, quaderni e fogli pieni di frasi, pensieri, pezzi di un puzzle che non ho il coraggio di completare.

Mi fa rabbia, porca miseria, e vorrei poter trovare lo stimolo giusto, l’input che mi dia la forza di distruggere il guscio che ho costruito intorno alla mia creatività e finalmente farla “svolazzare” dove le pare!

Devo solo crederci? Oppure sono una povera illusa che crede ancora al mondo delle fate?

Crema e Nocciola!

“Io odio leggere…” è stata la frase maggiormente pronunciata dalla mia tenera boccuccia sin dalla prima infanzia, ed era tutto vero…La sola idea di impugnare un libro, sfogliarne le pagine e percepire quell’odore un po’ “stantio” proprio della carta stampata mi faceva rimpiangere il lavoro nei campi, fosse anche stato spalare il letame. Vi sembrerò esagerata ma per me la lettura è sempre stata una violenza, fonte di inesauribili prese in giro: “Io quando leggo mi creo un mondo tutto mio…che ne sai tu col tuo stupido game boy?”. Giusto, cosa potevo saperne io con i miei giochetti da maschio e le carte dei Pokemon, Holly e Benji a merenda e la playstation con tanto di volantino ed acceleratore? Diciamocela tutta la mia era la scelta più comoda, ogni cosa era già decisa da qualcun altro ed il peggio che potesse capitarmi era di annoiarmi un pochino tra una replica di Dragon Ball e una dei Biker Mice con un Kinder Pinguì in mano.

Vorrei sottolineare che la scuola non è stata mia grande alleata, portandomi a leggere, nell’estate tra la prima e la seconda media, in ordine “I Malavoglia”, “Il ritratto di Dorian Gray” ed infine “Il fu Mattia Pascal”; ora ciascuno di voi potrà darmi della burina senza cervello né cultura, un macaco “bananifero” il cui unico scopo nella vita è papparsi le pulci altrui, ma riflettete un attimo: immaginate una bimba di 11 anni al mare, sole, onde e castelli di sabbia, costretta all’ombra a sorbirsi le sfighe di una famiglia di pescatori siciliani che nulla possono fare contro un destino che sembra avercela a morte con loro. Ben conscia del valore letterario di suddetti romanzi, è questa la violenza di cui parlavo prima: odiavo leggere perché non potevo scegliere che mondo crearmi, e tutto ciò che finivo per immaginare mi metteva solo una grande tristezza!

Io amo il gelato, incondizionatamente, qualunque gusto, fattezza, in qualsiasi mese dell’anno, fosse anche durante la più violenta tormenta di neve, ed è proprio grazie ad un gelato che la mia “esistenza letteraria” è cambiata: un giro in centro, il regalo di mio padre, una panchina e crema e nocciola…da lì non ho più smesso di leggere! Nessuna botta in testa, sbornia finita male o ipnosi, il mio “odio leggere” è sbocciato in un “non posso più farne a meno!” e qui, dopo tutti questi bla bla bla, subentra lo scopo, o più che altro giustificazione, di questo blog: non vuol essere nient’altro che uno dei molti luoghi fantastici in cui ci trasporta la lettura, con la semplice aggiunta di panna, cioccolato fuso e granella di nocciole.

Eva