Sarà difficile diventar grande

Una settimana fa era difficile da accettare, oggi è impossibile…

Non so ancora se tutto questo faccia parte di un qualche crudele gioco delle parti, in cui c’è realmente chi ha diritto di decidere la tua felicità, di strapparti alla vita perché é giunto il momento, sai anche tu quanto poco ci credessi…quello che più mi fa male é l’immediatezza, quell’istante che non ti concede proroghe, o sei pronta o ti arrangi, la vita è questa, la vita fa schifo e devi tirar fuori una forza che non puoi avere, altrimenti rimani indietro, impantanata in una sofferenza che ti é piovuta in testa in un secondo, un attimo in cui tutto é cambiato. 

E parlo di crudeltà si, perché smetti semplicemente di esistere, tu che evidentemente avevi il diritto di essere tutto per qualcuno solamente perché respiravi, mangiavi, dormivi, non lo so…ma da te non ho avuto carne, sangue, vene e sinapsi, ho avuto amore inarrestabile, appoggio,  esempio costante, rimproveri ed emozioni; non posso accontentarmi di chiudere il tuo involucro da qualche parte, io voglio sapere dove sei finito!

Si sono arrabbiata, non so con chi dovrei esserlo, ma lo sono…voglio che qualcuno mi spieghi tutto questo chi lo ha stabilito, perché non sento più la tua voce al telefono, perché non posso più dire “ho bisogno di lui”. 

Sei stato, dall’istante stesso in cui ho aperto gli occhi, il grande amore della mia vita, il mio punto di riferimento, l’unica certezza che mai avrei messo in discussione e ora ti chiedo : cosa devo fare?

Dovrei convincermi che sei qui accanto a me, la tua mano stretta intorno alla mia come 7 giorni fa? 

Mi manchi nonno, mi manchi da morire… 

 

Un cono fragolina di bosco…provenienza: Transilvania

Ogni sera era sempre la stessa storia…tralasciamo il fatto che avessi una paura incontrollabile per il buio (fobia che mi accompagna tutt’ora), la “messa a dormire” per me era un trauma…non saprei spiegarne l’origine, ogni bimbo ha il proprio mostro sotto il letto e, come Disney ci insegna, il più delle volte pelo folto, stazza elefantiaca e occhi a palla sono le caratteristiche principali. Ma, giustamente, ieri ho parlato dell’essere strani, diversi, insomma particolari ed io sicuramente mi distinguevo già a cinque anni per qualche turba mentale…io avevo i vampiri sotto il letto! Cosa possa portare una frugoletta con la frangia spessa e i fuseaux con i lamponi a temere un mostro che appartiene più ad una sfera “adulta” che infantile non posso saperlo, fatto sta che Dracula non vedeva l’ora di trasformarmi in pipistrello.

La comicità della situazione risiede nel fatto che ultimamente il vampiro va di moda, il rosso Valentino è stato sostituito dal rosso sangue e Giuliano di Kiss me Licia soppiantato da Edward Cullen “un diamante è per sempre”. Continuando in ogni caso a parteggiare per i lupi mannari, mi sono dovuta adeguare, superando la fase “bimbaminkia” di Twilight, attraverso un’innumerevole quantità di serie tv da far invidia al più frequentato studio dentistico. Insomma, negli anni anche ai miei occhi la figura del “succhiasangue” ha perso di credibilità; dove sono finiti i mantelli neri e i visi scarni, i canini a punta e le occhiaie peste? Cosa sono tutti sti brillantini, fisici scolpiti e marmorei, gli ormoni impazziti? E’ mai possibile che io abbia trascorso così tante notti in bianco temendo un povero ragazzo dall’anima maledetta?

Finalmente, dopo anni di interrogativi e mancata rassegnazione, l’altro giorno di nuovo quel brivido lungo la schiena, il sonno instabile ed il terrore dei cinque sensi: è tornato nel mio immaginario il vero Dracula, quello crudele e spietato, assetato di sangue. Richard Matheson, nel suo “Io sono leggenda” (che nulla ha a che fare, alla fine della fiera, col film), ci proietta in un mondo dove speranza, futuro, vita, sono concetti privi di valenza e significato: un solo sopravvissuto contro una nuova società di assassini per bisogno. Conclusa la mia lettura, ho faticato, in nome dei vecchi tempi, a prender sonno, non perché avessi paura di un pipistrello in trasformazione sul mio balcone, piuttosto per la presa di coscienza che i vampiri non sono leggenda, che i vampiri esistono realmente. L’autore ci descrive il concetto di normalità come qualcosa di legato alla maggioranza,una maggioranza che uccide per guadagnarsi il rispetto e l’ammirazione dei suoi simili, traendo divertimento dall’omicidio stesso, autorizzato e giustificato da un bisogno superiore e giusto. Con che coraggio noi oggi possiamo rifiutare la veridicità di questa leggenda, con che faccia possiamo negare di essere completamente in balia dei più spietati vampiri che potessimo immaginare?Davanti a bimbekamikaze, popolazioni sterminate, uomini freddati per strada, chi ha l’audacia di affermare che il conte Dracula non esiste? Sta a noi non permettergli di trasformarci in leggenda.

“E’ notevole la velocità con cui ci si adegua all’incredibile: basta vederne a sufficienza!”

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Pisis, il gatto dalla coda a porcello

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Avete ragione, chi ha iniziato a seguirmi su questo blog vuol leggere articoli su libri, consigli letterari, e ultimamente è come se avessi perso un po’ la bussola, la mia direzione nativa…ma la mente non ha barriere, non deve aver limiti di sorta, e se il mio mondo è bello perché non rendevi partecipi?

Lui è Bizet, da me chiamato Alpise (perché si sa, alle volte i neuroni scioperano), ed è il nuovo acquisto di casa…C’è, però, un solo criterio di selezione sul quale non possiamo transigere per far entrare qualcuno nella nostra famiglia un po’ “allargata”: essere speciali!!!

Per cui dopo Matisse, il grande saggio, Pippo, l’amore della mia vita un po’ rotto, insieme a Trilly la peripatetica e Leopoldo il santo subito, ora è arrivato lui, il micio dalla coda a porcello. Di razza pura norvegese, i suoi allevatori non sapevano che farsene perché nato con una malformazione alla coda e quindi “invendibile”. Perfetto, Peppo Pig ora è nostro, e con la sua coda a ramoscello di vite rende ogni giornata la più assolata possibile.

Tutto questo per dirvi che ogni giorno ringrazio chi di dovere perché il mondo è pieno di gente che non capisce un cazzo, e questo permette a me, e chi mi accompagna a braccetto, di godere del meglio della vita!

Evviva chi non capisce niente, un grazie di cuore, davvero ❤

Quanto ci starebbe cioccolato e pistacchio?

Caro 2015,

sono già trascorsi 17 giorni dal tuo inizio e l’impegno per affrontarli non è di certo mancato. Ogni anno mi ritrovo a fare un punto della situazione, perché, diciamolo, affrontare un accurato esame di coscienza più volte nell’arco dei tuoi 365 giorni è eccessivamente autodistruttivo e comporterebbe un’operazione di critica, smantellamento e ricostruzione che si può sopportare solo agli albori del nuovo anno.

Maggiormente ora che è un capitolo archiviato, non amo molto parlare del 2014, periodo di crescita, maturazione e bla bla bla, ma mi piace pensare che tu sarai un compagno di giochi migliore. Quali sono i miei buoni propositi? Diciamo che ce n’è uno che mi sta particolarmente a cuore e per cui spero vivamente di trovare la forza necessaria ad attuarlo e tutelarlo: voglio pensare a me stessa. Si hai capito bene, voglio diventare egoista, una stronza egoista concentrata sulla propria persona e basta. Perché, in tutta franchezza, si vive meglio, eccome se si vive meglio, per il semplice fatto che l’unica persona da cui ci aspettiamo qualcosa siamo noi stessi. Non ci riveliamo all’altezza delle nostre aspettative,bene arriva la delusione, una delusione che però non sarà mai sofferenza lancinante, dubbio e vuoto ma semmai rabbia, ferocissima rabbia, da cui ricavare ancora più forza per andare avanti. Non mi scorderò mai un capodanno di qualche anno fa…c’era in ballo un giochino stupido per cui bisognava evidenziare pregi e difetti di ciascun partecipante…una delle mie migliori amiche di sempre, una persona a cui voglio un gran bene e che mi ha accompagnato per tutta la vita, mi ha guardato e col dispiacere negli occhi mi ha detto “Eva…il tuo più grande difetto è che sei troppo buona!” . Non voglio più esserlo…basta pensare agli altri perché gli altri non penseranno mai a te…è una regola matematica, il numero di buone azioni e la quantità di affetto che tu indirizzi a qualcuno che ritieni meritevole sono inversamente proporzionali a ciò che riceverai. Tanti, troppi calci nel culo, tante, troppe lacrime sprecate, merito di meglio già solo per il fatto di aver sofferto tanto…nessuno si merita di star male.

Per cui zaino in spalla, un paio di forbici, un pettine, un manuale di diritto e via che si parte…com’è che si dice in questi casi?

2015 NUN TE TEMO!

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NIGERIA

Ieri mi è capitata una cosa molto strana…facendo la strada che affianca il mercato, quella che ormai conosco come le mie tasche in tutte le sue imperfezioni ed angolazioni, ho visto una bambina, avrà avuto la mia età, con una bambola in mano…si proprio una bambola, di pezza con i capelli rossi, come quelle che si vedono nelle figure dei giornali in cui accartocciano la carne o in braccio alle bimbe dalla pelle chiara che ogni tanto ci vengono a fotografare sulle jeep, insieme ai loro papà e mamma. Ma quella bambina era come me e sorrideva uscendo dal mercato col suo regalo tra le braccia…ho provato invidia, gelosia, anche io voglio una bambola tutta per me con cui giocare. E’ stato allora che mia madre mi ha afferrato con forza per un braccio, scaraventandomi contro un muro, “non dimenticarti che tu sei prescelta per qualcosa di più grande, per qualcosa che va al di là del materiale, delle cose…tu ci devi salvare dagli impuri, tu agisci in nome dell’ eterno ed è per questo che non devi perdere di vista il tuo compito”.  So che ho una grossa responsabilità e so anche che devo ringraziare il signore per l’onore concessomi ma…non posso fare a meno di pensare a quella bambola, due bottoni come occhi e il vestitino a fiori. Penso anche che magari, entrando al mercato oggi, prima di tutto, posso provare a cercarne una uguale….voglio solo toccarla. Papà poco fa mi ha ricordato che non posso cambiare percorso, “devi andare senza esitazioni…pensa alla pace eterna e alla tua fortuna”, ma se ora facessi quella piccola deviazione, al di là dei controlli e della folla accalcata, sarebbe davvero così sacrilego? Ci saranno le bambole dove sto andando, e le biciclette, i cani o la mia amica del cuore? Un soldato mi sta urlando contro qualcosa ma non riesco ad ascoltarlo, penso proprio di aver riconosciuto la bambina di ieri dietro le sue spalle e ha con se quella bellissima…

BUIO

Io sono Charlie

Quando avrò dei figli credo che il primo insegnamento, aldilà di come stare seduti a tavola o lavarsi i denti prima di andare a letto, sarà “non permettete mai a nessuno di tapparvi la bocca, perché la bellezza del mondo sta nella varietà delle opinioni che vi dimorano e nel confronto tra esse”. Quello che è successo ieri non ha scusanti, spiegazioni plausibili, definizioni; non si parla di conflitto tra religioni o di offese razziste nei confronti di minoranze culturali, qui si tratta di pazzia, megalomania, di malattia.

Chi ha fatto irruzione nella sede di Charlie Hebdo, ammazzando a sangue freddo dodici persone, non ha agito in nome di un Dio, di un credo condiviso, ma in preda ad un raptus omicida che nulla ha da spartire con Maometto, Allah, Buddha, Cristo o chi per esso.

Torniamo agli anni ’60 e anziché mettere fiori nei nostri cannoni, mettiamo parole, parole ed ancora parole, perché non c’è arma più potente contro l’ignoranza e la crudeltà del mondo. E ricordate: ogni penna, matita o voce che spezzerete ne produrrà altre cento sempre più alte, sempre più potenti. Io sono una “Charlie’s angel” e lo sarò sempre!

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Gusto zombie o antilope?

Ci sono due modi per affrontare le difficoltà: disperarsi, autocommiserarsi e piangersi addosso tutte le lacrime del mondo, oppure rimboccarsi le maniche e non perdere mai la speranza e il suo dolce sorriso. Finisco ora di vedere la prima stagione di “The walking dead”: lo stomaco è leggermente provato, il battito del cuore accelerato e probabilmente mi si palesa davanti una nottata impegnativa. Ammetto che di fronte ad un’invasione di zombie zoppicanti e sanguinolenti non sarei in grado di mantenere lo stesso autocontrollo di un attore hollywoodiano, passare da una vecchina senza metà viso ad una doccia calda come se fossi appena uscita dalla lezione di yoga pomeridiana, ma riconosco che un po’ di esercizio di razionalizzazione e identificazione della gravità reale delle situazioni mi servirebbe. Sono infatti un soggetto ansioso, molte volte i medici mi hanno catalogata così analizzando le mie più strane forme di somatizzazione dello stress; non dico di affrontare tutto come se non esistesse più un domani, ma il mio livello di pessimismo cosmico è elevato e costante. Eppure è pieno il mondo di persone apparentemente stupide ed ingenue che si rivelano poi, ad una seconda analisi più approfondita, semplicemente positive. Nombeko è una ragazza sudafricana, nata in una baraccopoli, cresciuta in un bunker, vissuta con una bomba atomica in una fabbrica abbandonata, finita come ambasciatrice di nuovo in terra madre. Un’alzata di spalle e via, davanti alla droga, alle latrine, alla prigionia, alla sfiga prolungata. Ecco, ovviamente la metafora di Jonas Jonasson nel suo “L’analfabeta che sapeva contare” è portata ai massimi livelli contemplabili, ma il messaggio ultimo rimane efficace: take it easy! Dovremmo imparare a prendere le situazioni per quello che sono, non fasciarci la testa prima di rompercela (come dice sempre il mio nonno), mantenere la calma e viva la fiamma della speranza. Si può quindi sperare che lo zombie per oggi preferisca un pacchetto di cookies anziché il nostro braccio, così come si può credere fermamente nel fatto che spedire una bomba atomica al posto di 10 kg di carne di antilope non sia un errore diplomatico così grave come potrebbe sembrare.

E dire che ce l’ho anche tatuato su una spalla, don’t worry be happy; forse è proprio la posizione ad avermi fregato…

Meglio in fronte?

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Alle amebe piace il gelato

Si trascorrono dei momenti in cui ci si dimentica di se stessi, o meglio si perde la voglia di impegnare energia per prendersi cura della propria persona…E’ quello che io definisco da sempre “vivere per inerzia”, esistere giorno dopo giorno senza razionalizzare i propri scopi, passioni, idee, semplicemente respiro, batto le palpebre, sorrido, guido, lavoro, uso la calcolatrice, mangio perché è il mio organismo a richiedermelo e le cose devono andare così. Monotonia, routine, gli stessi schemi che si ripetono nella medesima sequenza, la vita del sordo, del cieco, dell’orfano della voglia di vivere; è una roulette russa contro il tempo, in cui il vincitore è però chi riesce a sparare e ad abbandonare per qualche ora questa esistenza sempre uguale.
Negli ultimi mesi mi sono trasformata in una “macchina da fatturato”, macina ricevute, anagrafiche e mail d’assalto, recettiva solo nei confronti della preoccupazione di una fine imminente, della paura di ricominciare da capo, perdendo il terreno guadagnato rinunciando alla mia stessa natura. Ho letto si, molti libri, pagine su pagine che mi tenevano ancorata parzialmente a quella ragazza che sogna tanto di scrivere qualcosa di suo, dimostrando a se stessa di potercela fare contro l’opinione di chi le consigliava uno shampoo al posto della stilo. La mia fortuna sta però nel fatto di possedere un cervello, la capacità di fermarmi davanti ad uno specchio e di analizzare quanto risplende il mio sguardo: è giunta l’ora di riaccendere la scintilla perché un paio di occhi spenti non piacciono a nessuno.
Si torna in pista, e dopo un giro di prova dovrebbe essere un po’ come andare in biciletta, una di quelle cose che non si dimenticano mai, tenendo conto che, in più, qui c’è la passione come motore primario.
Tuttavia, dopo questo sproloquio che un po’ ha della giustificazione di assenza scolastica e un po’ di memento personale, non sarei io non citassi una lettura pertinente al tema della “rivendicazione di piccole donne frustrate crescono”. Un grazie sentito va quindi a Katherine Pancol e alla sua trilogia sul genere femminile, che ha come primo atto “Gli occhi gialli dei coccodrilli” per poi travolgerci con “Il valzer lento delle tartarughe” ed infine “Gli scoiattoli di Central Park sono tristi il lunedì”.
Abbandonando un discorso puramente femminista, la questione qui rimane seria: la vita non è piacevole per nessuno, bianco, nero, donna o uomo, magro, grasso, a pois o a strisce orizzontali, ci sarà sempre qualcosa che dall’alto farà sentire la propria violenta pressione; il trucco sta quindi nell’incassare il colpo, fare un bel respiro e porsi come obiettivo finale se stessi come fonte primaria di felicità e realizzazione.
Nessuno di noi può vivere mangiando Nutella su una mongolfiera insieme ad un unicorno dorato, per cui cosa possiamo fare per trovare un po’ di serenità?
Io sicuramente devo scrivere!
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Alle volte un cicchetto è meglio di un cono tre gusti

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Questa sera non mi va proprio di filosofeggiare, sarà il tempo, sarà l’operario che nella stanza accanto ha imbastito un rave party con le mie tapparelle ante-guerra, sarà che alle volte il cervello ci mette quel tantino in più a carburare e, sventolando bandiera bianca, si abbandona all’inerzia…Voglio fare la bimba, voglio parlare, scrivere, esprimermi così come viene, senza prestare particolare attenzione alle virgole e digressioni…voglio che sia una specie di stream of consciousness…sono Ulisse contro i Proci e guai a chi mi tocca Penelope e la sua tela!
Ho letto un libro, fin qui nulla di nuovo sul fronte occidentale, un romanzo assurdo, illogico, ai limiti dell’imprevedibilità: un centenario tendente all’alcolismo e all’omicidio fa comunella con un ladro solitario, un hippy onnisciente, veterinario e talvolta architetto, una donna con un elefante ed il capo di una banda i cui membri non si capisce se suonino musica classica o spaccino droga e polpette a lunga conservazione.
Jonas Jonasson scrive “Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve”, alla faccia del botulino, delle pinze dietro alle orecchie, delle creme al plutonio e, soprattutto, alla faccia dell’eterna giovinezza: si può campare 100 anni, è vero, tenersi in forma, tonici e reattivi, si può ricercare l’ipocrisia dei falsi sorrisi e dei “sembri molto più giovane”, si può scegliere di sembrare una ciambella glassata di rosa, un po’ lucida ed unticcia, ma alla fine, cari miei, non è più importante la qualità della quantità? Posso arrivare a 90 anni, con una proporzione di carne:plastica pari a 1:100, apparire più giovane, camuffare l’esperienza, ma sono le rughe, i segni di ogni vittoria e di ogni sconfitta a confermare una vita meritevole di tale nomea.
Per cui parlo a te, nonna dalla cofana permanentata e dagli occhi alla China Town, tu, proprio tu, medusa in liquefazione, puoi dire, dall’alto de tuo botulino e delle tue iniezioni di filler, di aver pranzato col generale Franco, alzato il gomito col Presidente Truman, conversato amabilmente con Mao Tse-tung e litigato con Stalin?
No? Bene a parer mio non ti resta che ammirare il palloncino all’elio che vedi riflesso nello specchio e piangere, ammesso e non concesso che i condotti lacrimali siano ancora percorribili.
Passo e chiudo!

Il gelato è per gli eletti!

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Non mi considero una persona dotata di una dimensione spirituale molto sviluppata, sono razionale, disfattista, per me esiste ciò che vedo, sento, mi colpisce e qui mi limito a considerare in aggiunta un’interiorità innegabile fatta di sentimenti ed emozioni. Alle volte, però, è proprio questa mia natura a ricercare soluzioni introvabili nella realtà della mera evidenza e mi pongo quesiti che si dimostrano essere un controsenso; in poche parole è come se remassi contro la mia stessa marea, confondendo le acque, prendendo posizioni che io in primis non sono in grado di accettare. Un esempio può essere il mio continuo interrogarmi sui limiti: sono cresciuta con l’insegnamento che ogni cosa abbia un inizio ed una fine, una sorta di contorno, la classica immagine degli insiemi che disegniamo alle elementari; per cui la domanda è semplice: dove sta l’inizio dell’universo ed ancora di più la sua fine? Si si, senza spendere molte parole avrei potuto parlare dell’uovo e della gallina, del Big Bang, ma questo è ciò che da sempre mi da le vertigini. Come, da atea simpatizzante per una qualche entità eccessivamente menefreghista, mi son sempre chiesta come l’uomo possa essere nato così dal nulla; riesco maggiormente a credere ad una sorta di “megallegrochirurgo” per divinità e a noi come risultato di una sensazionale partita. Ma se realmente le cose stessero così allora, qual è la differenza? Tento di spiegarmi meglio: chi sceglie cosa ciascuno di noi debba essere, chi ha il diritto di decidere la nostra fortuna?

Lo dico perché, senza scadere nella banalità dei luoghi comuni, l’insensatezza e la disparità regnano in questo mondo: c’è chi vive e c’è chi muore, chi mangia e chi viene mangiato, chi ride e chi piange, insomma chi merita e chi deve pagare.

Guardate Solomon Northup e chi come lui ha percorso gli anni più belli a braccetto con la schiavitù; i “negri” carne da macello, i “negri” animali da soma hanno patito gli orrori e le sofferenze universali come capro espiatorio perché? Chi ha stabilito che lui venisse rapito, deportato, mutilato, incatenato e per quale arcano motivo? Dopo aver letto questa biografia, aver ospitato nei miei occhi una delle tante atrocità di cui l’uomo si è macchiato negli anni, non mi accontento più di un lavativo “E’ il volere”. No, sono troppe le cose che ogni giorno devo accettare per sentirmi appagata e soddisfatta da una STRONZATA del genere, per cui mi rivolgo non so a chi di competenza e chiedo delle spiegazioni. Io non voglio e non posso chinare il capo e sottostare al nulla, io voglio la verità e la voglio ora.