Un cono fragolina di bosco…provenienza: Transilvania

Ogni sera era sempre la stessa storia…tralasciamo il fatto che avessi una paura incontrollabile per il buio (fobia che mi accompagna tutt’ora), la “messa a dormire” per me era un trauma…non saprei spiegarne l’origine, ogni bimbo ha il proprio mostro sotto il letto e, come Disney ci insegna, il più delle volte pelo folto, stazza elefantiaca e occhi a palla sono le caratteristiche principali. Ma, giustamente, ieri ho parlato dell’essere strani, diversi, insomma particolari ed io sicuramente mi distinguevo già a cinque anni per qualche turba mentale…io avevo i vampiri sotto il letto! Cosa possa portare una frugoletta con la frangia spessa e i fuseaux con i lamponi a temere un mostro che appartiene più ad una sfera “adulta” che infantile non posso saperlo, fatto sta che Dracula non vedeva l’ora di trasformarmi in pipistrello.

La comicità della situazione risiede nel fatto che ultimamente il vampiro va di moda, il rosso Valentino è stato sostituito dal rosso sangue e Giuliano di Kiss me Licia soppiantato da Edward Cullen “un diamante è per sempre”. Continuando in ogni caso a parteggiare per i lupi mannari, mi sono dovuta adeguare, superando la fase “bimbaminkia” di Twilight, attraverso un’innumerevole quantità di serie tv da far invidia al più frequentato studio dentistico. Insomma, negli anni anche ai miei occhi la figura del “succhiasangue” ha perso di credibilità; dove sono finiti i mantelli neri e i visi scarni, i canini a punta e le occhiaie peste? Cosa sono tutti sti brillantini, fisici scolpiti e marmorei, gli ormoni impazziti? E’ mai possibile che io abbia trascorso così tante notti in bianco temendo un povero ragazzo dall’anima maledetta?

Finalmente, dopo anni di interrogativi e mancata rassegnazione, l’altro giorno di nuovo quel brivido lungo la schiena, il sonno instabile ed il terrore dei cinque sensi: è tornato nel mio immaginario il vero Dracula, quello crudele e spietato, assetato di sangue. Richard Matheson, nel suo “Io sono leggenda” (che nulla ha a che fare, alla fine della fiera, col film), ci proietta in un mondo dove speranza, futuro, vita, sono concetti privi di valenza e significato: un solo sopravvissuto contro una nuova società di assassini per bisogno. Conclusa la mia lettura, ho faticato, in nome dei vecchi tempi, a prender sonno, non perché avessi paura di un pipistrello in trasformazione sul mio balcone, piuttosto per la presa di coscienza che i vampiri non sono leggenda, che i vampiri esistono realmente. L’autore ci descrive il concetto di normalità come qualcosa di legato alla maggioranza,una maggioranza che uccide per guadagnarsi il rispetto e l’ammirazione dei suoi simili, traendo divertimento dall’omicidio stesso, autorizzato e giustificato da un bisogno superiore e giusto. Con che coraggio noi oggi possiamo rifiutare la veridicità di questa leggenda, con che faccia possiamo negare di essere completamente in balia dei più spietati vampiri che potessimo immaginare?Davanti a bimbekamikaze, popolazioni sterminate, uomini freddati per strada, chi ha l’audacia di affermare che il conte Dracula non esiste? Sta a noi non permettergli di trasformarci in leggenda.

“E’ notevole la velocità con cui ci si adegua all’incredibile: basta vederne a sufficienza!”

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NIGERIA

Ieri mi è capitata una cosa molto strana…facendo la strada che affianca il mercato, quella che ormai conosco come le mie tasche in tutte le sue imperfezioni ed angolazioni, ho visto una bambina, avrà avuto la mia età, con una bambola in mano…si proprio una bambola, di pezza con i capelli rossi, come quelle che si vedono nelle figure dei giornali in cui accartocciano la carne o in braccio alle bimbe dalla pelle chiara che ogni tanto ci vengono a fotografare sulle jeep, insieme ai loro papà e mamma. Ma quella bambina era come me e sorrideva uscendo dal mercato col suo regalo tra le braccia…ho provato invidia, gelosia, anche io voglio una bambola tutta per me con cui giocare. E’ stato allora che mia madre mi ha afferrato con forza per un braccio, scaraventandomi contro un muro, “non dimenticarti che tu sei prescelta per qualcosa di più grande, per qualcosa che va al di là del materiale, delle cose…tu ci devi salvare dagli impuri, tu agisci in nome dell’ eterno ed è per questo che non devi perdere di vista il tuo compito”.  So che ho una grossa responsabilità e so anche che devo ringraziare il signore per l’onore concessomi ma…non posso fare a meno di pensare a quella bambola, due bottoni come occhi e il vestitino a fiori. Penso anche che magari, entrando al mercato oggi, prima di tutto, posso provare a cercarne una uguale….voglio solo toccarla. Papà poco fa mi ha ricordato che non posso cambiare percorso, “devi andare senza esitazioni…pensa alla pace eterna e alla tua fortuna”, ma se ora facessi quella piccola deviazione, al di là dei controlli e della folla accalcata, sarebbe davvero così sacrilego? Ci saranno le bambole dove sto andando, e le biciclette, i cani o la mia amica del cuore? Un soldato mi sta urlando contro qualcosa ma non riesco ad ascoltarlo, penso proprio di aver riconosciuto la bambina di ieri dietro le sue spalle e ha con se quella bellissima…

BUIO

Io sono Charlie

Quando avrò dei figli credo che il primo insegnamento, aldilà di come stare seduti a tavola o lavarsi i denti prima di andare a letto, sarà “non permettete mai a nessuno di tapparvi la bocca, perché la bellezza del mondo sta nella varietà delle opinioni che vi dimorano e nel confronto tra esse”. Quello che è successo ieri non ha scusanti, spiegazioni plausibili, definizioni; non si parla di conflitto tra religioni o di offese razziste nei confronti di minoranze culturali, qui si tratta di pazzia, megalomania, di malattia.

Chi ha fatto irruzione nella sede di Charlie Hebdo, ammazzando a sangue freddo dodici persone, non ha agito in nome di un Dio, di un credo condiviso, ma in preda ad un raptus omicida che nulla ha da spartire con Maometto, Allah, Buddha, Cristo o chi per esso.

Torniamo agli anni ’60 e anziché mettere fiori nei nostri cannoni, mettiamo parole, parole ed ancora parole, perché non c’è arma più potente contro l’ignoranza e la crudeltà del mondo. E ricordate: ogni penna, matita o voce che spezzerete ne produrrà altre cento sempre più alte, sempre più potenti. Io sono una “Charlie’s angel” e lo sarò sempre!

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Il fiordilatte, in realtà, era limone!

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Fondamentalmente l’idea sta nel fatto che sia impossibile vivere senza ingannare un po’ se stessi, in poche parole si tratta di suggestione, manipolazione mentale, fede nel profano potenziale della psiche umana. Altrimenti perché si direbbe che la sfiga ce l’attiriamo col nostro pensiero pessimista e bistrattante, che la vita è come uno specchio che ti sorride solo se tu la guardi sorridendo? Non c’è fenomeno più decisivo e persuasivo di un’idea seguitata: la fissazione è realmente in grado di paralizzare un’esistenza così come l’autoconvincimento positivo è capace di inebetire ogni sinapsi. Sono poche le persone in grado di accettare la propria realtà e così ci si ritrova a costruire una finzione così inglobante da rendere impossibile e fuori luogo qualsiasi tipo di diffidenza. La parte più saggia di me mi porta quindi ad affermare che sia necessario accettare la realtà dei fatti, belle parole, altisonanti, ma quanto siano complicati e taglienti i fatti sopracitati ognuno di noi in cuor suo lo sa. In aggiunta, molte volte, ci si mettono di mezzo anche le emozioni e a quel punto la faccenda si complica: compiamo numerosi gesti in nome di un altruismo di base, senza porci il problema della soggettività della nostra visione, senza chiederci quindi se ciò che stiamo facendo, in nome del bene altrui, sia realmente tale o solo una forma velata di nostro riscatto personale.

Patricia, dall’alto della sua inadeguatezza, ha sempre agito per la serenità delle persone amate, cercando di non far mai mancare nulla alla sorella universitaria, il padre pensionato in anticipo, la mamma affetta da una tardiva sindrome dell’abbandono, il marito finto bohemien dei poveri, le colleghe politossicomani e chi più ne ha più ne metta. La sua debolezza aveva tirato su barricate di autopersuasioni, volte a farle credere in un’esistenza al limite della perfezione nauseante. Ma di tutto ciò alla fine rimane ben poco, solo le macerie invisibili di un passato in fin dei conti inesistente, solide fondamenta di un presente più onesto e lungimirante.

Ho così completato, con “Le cose che sai di me”, il mio angolo di libreria dedicato a Clara Sanchez, la quale ,per l’ennesima volta, si appella al suo affezionato tema del sospetto: la  realtà non è quel che sembra per cui, fanciulli miei, mettevi a fare i compiti buoni buonini e trovate l’incognita. Nel frattempo io correggo le vostre composizioni letterarie!

Una casa di biscotto e palline di gelato

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Sono contenta!!! Si oggi posso dire di essere parzialmente soddisfatta, di avere la bocca un po’ meno amara; magra consolazione visto che si tratta di condivisione di sfighe ma, per lo meno, tutto ciò ci permette di scrollarci un pochetto dalle spalle l’etichetta di “pecora nera” della civilizzazione. Pizza, mafia e mandolino, l’Italia è da tempo la barzelletta d’Europa e, inutile dirlo, la fama di “arancinai” con la coppoletta ci segue affezionata anche oltreoceano. Io sono tutto fuorché patriottica, fiera della mia italianità e tendo a non sbandierare ai quattro venti la mia appartenenza ad un paese che negli ultimi anni mi ha semplicemente restituito secchiate di “fango”(usiamo questa metafora, che poco lascia comunque all’immaginazione); ci si lamenta della fuga di cervelli, dei politici corrotti, della crisi, del debito pubblico ai massimi storici e del bungabunga berlusconiano ma non prendiamoci in giro: l’italiano per sua natura e cultura è comodino e alla maggioranza piace di più aspettare con le membra al sole piuttosto che compiere la rivoluzione. “Mea culpa” dovremmo quindi gridare al cielo piuttosto che stagnare in scene melodrammatiche dall’alto di una Porche Cayenne! Però, e questo va detto, ho capito che in fondo tutto il mondo è paese! Nessuno ne è esente, dal torero al corridore dal sandalo bianco, tutti abbiamo i nostri altarini e panni sporchi, semplicemente a noi piace fare le cose in grande.

Ebbene si, anche la regina talvolta deve pestare qualche cacchina lungo la sua strada; credevo fermamente che la presenza di un trono, seppur affiancato, permettesse un controllo maggiore o per lo meno una sorta di soggezione volta alla rettitudine, ma mi sbagliavo alla grande: più ci si fa i fighi e peggio è. Michael Dobbs in “House of cards” mette in mutande la politica britannica e i suoi sotterfugi, tutti i meccanismi di una mente senza dubbio geniale, appartenente a FU, Francis Urquhart,il più stretto consigliere del primo ministro.

Noi ci lamentiamo di Berlusca? Vediamo il lato positivo, si è simpatici, gioviali, caciaroni: meglio una Minetti tettona che un Ministro musone e triste, un Vladimir Luxuria che fa tappa in ogni reality piuttosto che un mancato gobbo di Notre Dame con gli occhialetti e il riportino. Il sunto sta nel fatto che, schifo per schifo, arrivati ad un punto di non ritorno, forse è meglio possedere la consapevolezza di essere una barzelletta alla luce del sole piuttosto che coprirsi la bocca scandalizzati se un ospite arriva in ritardo al the delle cinque.

God save the Queen!

Cambiami la vita

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Ogni giorno della nostra vita scorre inesorabilmente preda degli eventi; per quanto ci si possa persuadere di possedere un qualche potere decisionale su di essa, questa convinzione è pura chimera: se una cosa deve succedere non c’è nulla che un uomo possa fare per impedirla o modificare il suo corso. Soffermandosi un attimo, nella nostra immobilità troviamo una giustificazione al male, alla sofferenza, al fatto che il destino spesso sceglie l’alternativa opposta rispetto a ciò che vorremmo. Forse troverò numerose persone con un’idea differente ma, per esperienza personale, avrei preferito non imbattermi in determinate situazioni più grandi di me, conscia del fatto che io non abbia fatto nulla per attirarle ed iniziare una qualsiasi forma di convivenza con esse.

Sarò fatalista, fautrice di una visione semplicistica del mondo, arrendevole? Non so rispondere a questa domanda, sono consapevole del fatto di trovarmi in un posto, circondata da determinate persone, con un’immagine riflessa allo specchio ed un lato nascosto all’ombra di un cuore solitario: vivo perché mi è stato chiesto e concesso di farlo, ma il perché mi sia capitata questa esistenza non lo so. Non voglio far passare l’idea che non sia felice e grata di ciò che sono e che possiedo, intendo semplicemente sottolineare come nessuno di noi abbia scelto di nascere biondo, ricco, basso, magro simpatico o aggressivo.

Liesel Meminger saluta un fratello ed una madre, genitori adottivi, il primo amore, il migliore amico, la propria città e migliaia di uniformi sgualcite, versa lacrime fatte di cenere e parole, parole pronunciate da labbra sconosciute, spietate e nemiche, incassandone i colpi violenti, il bruciore straziante. Non scelse lei quel morbo che spense una piccola vita, le bombe distruttive, gli occhi vuoti e arrugginiti di un padre, non fu una sua decisione perdere per sempre se stessa e il proprio posto nel mondo. Come lei in passato, oggi e in futuro, milioni di persone riceveranno sofferenza senza volontà, dolore senza speranza; anche su questo non so darmi una risposta, perché l’Olocausto, perché i bambini, perché la pazzia giustificata, perché un uomo po’ possedere l’umanità?

“Storia di una ladra di libri” di Markus Zusak non permette commenti, che scadrebbero poi inesorabilmente nel banale, è necessario leggerlo e farsi possedere completamente; l’unica cosa che mi sento di dire è che a me ha cambiato la vita…

Uovo di Pasqua gusto sale nero di Cipro

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Sono stati giorni intensi: Pasqua, 25 aprile, bioparchi, uffici di collocamento, sole e diluvi universali…sono stata tutto fuorché una brava blogger, lo riconosco, mea culpa, mea grandissima culpa ma non mi sono mai fermata, col fisico e con l’immaginazione! Avrei voluto scrivere tante cose ma, un po’ per la mancanza di tempo e un po’ per il ritorno di un istinto primordiale al letargo da animaletto “puccioso”, le mie pagine cibernetiche sono rimaste in standby, per troppo tempo e decisamente me ne pento! Proprio per questo oggi, per rimediare alle mie mancanze, vi “regalo” due libri; bella roba, si potrebbe dire, però alla fine è ciò che faccio qui, nulla di nuovo, per quanto  forse vi abbia annoiato fin troppo…chi mi ama mi segua altrimenti vi sorrido ugualmente 😀 una bella faccia happy per tutti voi!

Credo seriamente di aver messo a dura prova le capacità di sopportazione dei miei amici e forse proprio per questo Vanni, dolce metà della mia amata Nucci (come siamo cccciovani con tutti questi nomignoli), mi ha sommerso di romanzi nella speranza di destabilizzare il mio spirito organizzativo nonché tenacia e costanza nel mio percorso letterario. Ciò nonostante, dall’apertura del mio ovetto, ho fatto fuori due libri, decisamente discordanti rispetto ai miei gusti tradizionali ed è questo il lato che ho apprezzato di più: la possibilità di immergermi in mondi a me sconosciuti e sentirmi arricchita, cresciuta, la mia valigia si è fatta più pesante e qui non esiste Ryanair che possa provvedere.

Una delle mie principali peculiarità (e difetto allo stesso tempo) è la costante ricerca di una seconda faccia, di un lato nascosto o semplicemente più profondo; questo significa che non mi accontento mai di ciò che appare, sarebbe troppo facile per me fermarmi lì a ciò che è scritto, mostrato, detto o sentito. Io devo cercare e questo è senza alcun dubbio dato da una deformazione professionale con origini molto antiche: quando ero piccina i miei genitori, ogni volta che mi veniva fatto un regalo, organizzavano una caccia al tesoro che mi ha permesso di trasformarmi da piccola esploratrice di divani e piante domestiche a edificatrice di enormi castelli mentali. Tutta questa premessa per dire che, per quanto “Marina” di Carlos Ruiz Zafon e “Buona Apocalisse a tutti!” di Terry Pratchett e Neil Gaiman siano due letture decisamente all’opposto l’una dall’altra per stile, tematiche e provenienza geografica, io vi ho trovato il mio solito filo rosso d’Arianna. Si parla di integrità, della forza e al tempo stesso della debolezza insita nella natura dell’uomo: si parte da considerazioni sui massimi sistemi, il male contro il bene, Inferi e Paradiso, la corruzione dell’uomo che tenta di superare la limitatezza che lo caratterizza, la nostra volontà di oltrepassare i limiti, ma alla fine è la semplicità a fare da padrona. Non è Belzebù a lottare contro il Metatron ma un bambino di undici anni che decide di disobbedire al proprio padre, non è il Signor Kolvenik a compiere orrori sulla carne umana per sconfiggere la morte ma Oscar che realizza che essa esiste ed è ineffabile. La complessità dell’universo è all’interno dell’uomo, nella sua quotidianità, nelle sue scelte ed esperienze e, come è impossibile controllare il moto delle stelle o del sistema solare, così è nostro compito rinunciare alla gravosa impresa di trovare una soluzione a ciò che ci accade. Bisogna vivere e basta insomma, indirizzare il nostro destino laddove è possibile senza opporci a ciò che è più grande di noi.

Io, per quanto mi riguarda, prometto di non fare più assenze così prolungate nella speranza che mi si possa perdonare questa volta! La giustificazione è che sono un’eterna bambina e dovevo riprendermi dall’impegnativa ricerca del coniglio di Pasqua, sfuggente animale antipatico 🙂

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Pensami leggero

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Ultimamente ho molto tempo per pensare, forse troppo, anzi togliamo pure il forse; da quando mi sono laureata proprio questo continuo elaborare, analizzare, ricercare ed operare di autoconvincimento mi hanno portato alla deriva, in uno stato d’inconsapevole isolamento e manipolazione. La chiamano crisi della crescita, quel momento in cui si esce dai binari prestabiliti, su cui abbiamo percorso la nostra strada sino ad ora, per buttarsi nel baratro dell’incertezza, alla ricerca di un futuro ignoto che decisamente ci spaventa. Ti fermi e pensi a te stesso, ti fai il classico esame di coscienza, una valutazione di ciò che sei riuscito a combinare in tutto questo tempo: Eva, 24 anni, molti anni di studio alle spalle coronati da un percorso di laurea ai limiti dell’inutilità, tanti sogni nel cassetto di cui però ho perso la chiave, inghiottita da quasi un anno di debolezza e buio, pillolette bicolori e realtà in bianco e nero. Certo non rinnego ciò che ho scritto pochi giorni fa, tutta quella storia di Evasole, ve la ricordate? Sto bene, sorrido, ho anche iniziato a camminare e correre dopo mesi di inespugnabile immobilità, ma ciò non toglie che il mio essere sia completamente ricoperto di cicatrici, abrasioni, lividi in via di guarigione; ogni tanto qualche piccola ferita si riapre, sento quel bruciore famigliare che ormai non fa più paura. Sono una ragazza forte, con cui la vita non è stata particolarmente generosa; era praticamente impossibile non farsi male e la fuga non è un comportamento che mi si addice. Questo non vuol dire che io sia stata il bersaglio fin troppo facile di una sfiga inesauribile, c’è chi sta meglio, ma c’è anche chi sta come me se non peggio. Una cosa devo però rimproverarmi, l’idea, troppo solida, di riuscire sempre e comunque a cavarmela da sola: non sono Wonderwoman e a questo punto avrei anche dovuto capirlo, invece continuo ad essere una persona refrattaria nei confronti di quella parte del mondo che vorrebbe solo darmi una mano. Colpevoli le tante delusioni e la superficialità che ancora mi circonda ma è solo colpa mia se non sono in grado di scegliere chi avere accanto, no?

Ho letto due libri in questi giorni, colmi di sofferenze ai margini della sopportazione, squilibri e percorsi di vita ingiusti, ma, aldilà di tutto, il filo d’Arianna che realmente ha catturato la mia attenzione è stato uno: in entrambi i romanzi, i personaggi superano i loro limiti grazie aImmagine qualcuno, una persona in grado di concedere il proprio universo per la felicità altrui. John Green in “Colpa delle stelle” scrive proprio “Non puoi scegliere di essere ferito in questo mondo, ma hai qualche possibilità di scegliere da chi farti ferire”, mentre Matthew Quick, ne “Il lato positivo”, parla di un giovane uomo convinto di vivere in un film, da cui sarà in grado di staccarsi solo grazie all’aiuto della propria versione al femminile “Fa male guardare le nuvole, però aiuta: come gran parte delle cose che provocano dolore”.

Insomma ho preso coscienza del fatto che il primo passo verso la serenità e l’equilibrio sia riscoprire se stessi ed il proprio valore, ma siamo, senza nessuna esclusione, esseri viventi che amano l’amore, che non possono fare a meno di cercarsi l’un l’altro, la propria metà platonica, per cui sta a noi aprirci al mondo e lasciarsi incantare, catturare ed infine guarire.

Sorbetto: l’inacidirsi delle gioie

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Con il rimborso spese dell’ennesimo corso finito nel limbo delle mie odierne frustrazioni ho deciso di farmi un regalo, poco originale, questo lo riconosco, ma tra le tante scelte, benzina, ristoranti, negozi di abbigliamento, ho optato per investire questi 10 euro nell’ennesimo, meraviglioso libro. In aggiunta mi sono concessa un ulteriore pensierino, un segnalibro che solo in un secondo tempo sarei riuscita ad interpretare, cogliendone il reale legame con la storia contenuta nel romanzo. Il rettangolare pezzo di cartoncino cita : “La vita è semplice perché complicarla?'”. Su questo tema si potrebbe aprire l’ennesima trattazione filosofica, da sempre se ne parla e da sempre non se ne viene a capo; l’uomo, in quanto essere complesso e raziocinante (fatta eccezione di alcuni soggetti, sia ben chiaro), non si accontenta dell’evidenza e della linearità delle cose ma è portato, per sua stessa natura, a ricercare la complessità dell’universo circostante. Una definizione pomposa che, tirando le somme, può essere benissimo riassunta con l’idea che tutti noi siamo portati, inevitabilmente, ad incasinarci la vita. In ognuno si nasconde, chi più chi meno, un piccolo spiritello masochista e un po’ deleterio, che porta a creare problemi anche in quelle situazioni in cui non se ne intravedrebbe nemmeno l’ombra sbadita. Io, in primis, sono fatta così, non riesco mai a godermi fino in fondo nulla, perché potenzialmente è la paura a portarmi in quella condizione per cui, in ogni caso, è pur sempre meglio prepararsi al peggio piuttosto che cadere dal pero in un secondo momento. Tale atteggiamento è prettamente femminile, anche questo va detto, perché noi donne dobbiamo soffrire, si è vero, dobbiamo stare male, il melodramma ci piace, siamo un po’ civettuole e vittime, cacciatore e preda, il controllo è nelle nostre mani ma amiamo perderlo, e il più delle volte lo lanciamo via, come un carbone ardente. Nessuna sfaccettatura della nostra esistenza è esente da questo “germe” e anche in amore l’autodistruzione molte volte confluisce nella fine rovinosa di un rapporto. Con ciò non voglio assolutamente addossare la colpa del fallimento sentimentale esclusivamente al genere femminile, questo no, mai, perché se è vero che tendiamo a crogiolarci nel dolore e nello stallo che noi stesse creiamo, è altrettanto vero che una donna, tendenzialmente, lotterà fino allo stremo delle proprie forza con correttezza e passione.

Ci si ritrova così in balia degli eventi, della vita complicata una volta per tutte, e molte volte non siamo in grado di uscirne perché “Nessuno si salva da solo”; Margaret Mazzantini è in grado, per l’ennesima volta, di colpire nel segno, raccontando una storia semplice, vissuta mille volte, ma con una meticolosità ed onestà di sentimenti che nessuno è esente dal ritrovarsi nei panni di Delia o Gaetano. Il loro è un amore finito, consumato, sofferto, spezzato ed aggiustato, non era il loro momento o forse non sarebbe in ogni caso mai giunto. Se solo le cose fossero state più semplici, se loro fossero stati diversi, sarebbero riusciti ad essere l’uno l’ancora dell’altra; invece l’unica realtà visibile è un mondo di distruzione e sconforto, di rabbia, risentimento, pena e disgusto, non c’è più nulla in grado di legarli nemmeno i figli, molte volte ingiusto collante di relazioni alla deriva. E’ vero quando dicono che la Mazzantini non scrive cose belle, che possano piacere, ogni suo libro ti lascia con l’amaro in bocca, con il senso di una realtà distruttiva dalla quale è impossibile sottrarsi, ma la vita è anche questa; smettiamola di nasconderci dietro ad un dito, i matrimoni finiscono, gli uomini tradiscono, le donne si sviliscono ma è necessario saper andare oltre. In questo libro non c’è solo negatività e sofferenza ma anche il ricordo di un passato felice che ha portato alla costruzione di una famiglia che, se pur per poco tempo, è stata in grado di essere felice. La vita è ancora lì, un punto di domanda, un futuro incerto che vedrà crescere due piccole vite, mentre il rancore svanisce, il dolore si supera e le persone cambiano; affidarsi al cambiamento, questo è ciò che è necessario fare, anche quando sembra che esso sia soltanto un’ ingannevole chimera.

Splendore

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Splendore è la vita, splendore è il parto, la nascita ed il primo vagito; splendore è la crescita, uno specchio troppo grande, una maglietta troppo corta. Splendore è la tenacia, la forza, la negazione e il rifiuto, il nascondiglio dell’essere, la rivendicazione dell’anima; splendore è la voce, lo sguardo e il sapore, il profumo, l’inconfondibile e la vertigine dell’ignoto. Splendore è il gruppo e l’isolamento, splendore è il mare, la distanza e il minimo comun denominatore, guardare sé stessi nella mano di un altro. Splendore è la luna, l’amore ed un treno, il freddo e il bollore, splendore è la paura e la rassegnazione; splendore è morire, svegliarsi e ricominciare, è una bugia per la verità, splendore è la verità per una bugia. Un viaggio, la meta e la perdita, splendore è il respiro, la confusione e la violenza; è un ospedale, una moglie e una figlia, splendore è la pioggia, l’eterno ritorno, l’ennesima battaglia.

” Tu non vergognarti del viaggio. La vita, credimi, non è un fascio di speranze perdute, un puzzolente ricamo di mimose, la vita raglia e cavalca nel suo incessante splendore.”

Margaret Mazzantini